Il multilateralismo “empirico” degli Usa. Perché Trump è meno isolato nella sfida alla Cina

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di Marco Valerio Lo Prete

ROMA (Public Policy) – Dal 13 al 24 novembre 2006, ogni giorno in prima serata, la televisione di Stato cinese mandò in onda un documentario in dodici puntate intitolato “Da Guo Jue Qi”, cioè “L’ascesa delle grandi potenze”. Così, a centinaia di milioni di telespettatori, furono raccontate la nascita degli imperi coloniali portoghese e olandese, la rivoluzione industriale della Gran Bretagna, le intemperanze della potenza teutonica, le mutevoli vicende della Russia zarista e poi sovietica, la fondazione e quindi la Grande crisi degli Stati Uniti. Secondo l’ex segretario di Stato Usa Henry Kissinger, questo documentario senza precedenti fu il tentativo di popolarizzare una riflessione avviata ufficialmente qualche tempo prima sul “periodo di opportunità strategica” del Paese, com’era stato ribattezzato in alcune analisi avallate dal Partito comunista cinese. Un periodo che sarebbe coinciso, stando alle autorità di Pechino, con i primi vent’anni del XXI secolo. Tra il 2000 e il 2020, sulla base di questa previsione, la Cina contemporanea avrebbe potuto svilupparsi economicamente e militarmente senza rimanere nel frattempo coinvolta in nessun conflitto armato di rilievo. A patto di evitare gli errori delle grandi potenze che l’avevano preceduta, appunto. Nel 2019, secondo questa analisi del Partito comunista cinese, la ventennale ascesa “tranquilla” dell’ex Impero celeste dovrebbe essere ormai quasi terminata. Una lettura non superficiale delle attuali relazioni sino-americane, e quindi sino-occidentali, potrebbe forse partire da qui: cosa succede quando il “periodo di opportunità strategica” della Cina sta per finire?

Succede, per fare un esempio tratto dalla cronaca di queste ore, che George Soros, finanziere e filantropo statunitense di origini ungheresi, intervenga al World Economic Forum di Davos per parlare dell’impatto dell’intelligenza artificiale sulla democrazia e apostrofi così il presidente cinese: “Xi Jinping è il più pericoloso avversario delle società aperte”. L’aggressiva dichiarazione di Soros, noto antipatizzante di Donald Trump in servizio permanente effettivo, dovrebbe finalmente convincere alcuni commentatori e analisti europei a leggere cum grano salis gli attuali rapporti tra Washington e Pechino, senza derubricare due anni di attriti tra l’attuale Amministrazione Usa e la controparte cinese come fossero frutto del capriccio di un presidente sopra le righe.

Una prospettiva non esclusivamente Washington-centrica sulle relazioni sino americane, d’altronde, avrebbe già potuto sfatare un pregiudizio così superficiale. Si prenda quanto accaduto in questo inizio d’anno in Australia, democrazia collocata alla più estrema periferia geografica dell’anglosfera e dirimpettaia della Cina. Da una parte il premier australiano, il liberal- conservatore Scott Morrison, ha appena compiuto un’inedita missione diplomatica in alcune isole del Pacifico dispiegando, per quanto possibile, il soft power di Canberra: a Vanuatu, dove un premier australiano in visita ufficiale non si vedeva dal 1990, promettendo infrastrutture e aperture commerciali; alle Fiji, Paese che l’anno scorso dopo molteplici rimostranze australiane abbandonò l’idea di ospitare una base militare cinese, puntando su infrastrutture e immigrazione regolare. Allo stesso tempo un’altra missione governativa in Cina, quella del ministro australiano della Difesa Christopher Pyne, è stata funestata da una crisi diplomatica scoppiata all’improvviso. Yang Hengjun, ex burocrate del Partito comunista cinese con una seconda vita da scrittore di thriller naturalizzato australiano, è stato infatti arrestato dalle autorità di Pechino – con l’accusa di mettere a rischio la sicurezza nazionale – a ridosso della visita dell’esponente dell’Esecutivo di Canberra. Un imprevisto che si è verificato subito dopo le proteste ufficiali dell’Australia per la detenzione in Cina di due cittadini canadesi, l’imprenditore Michael Spavor e l’ex diplomatico Michael Kovrig, anch’essi accusati di cospirare contro la sicurezza statale e il cui fermo è stato interpretato da più parti come una ritorsione per l’arresto in Canada della dirigente di Huawei, Meng Wanzhou. Tre episodi, in meno di una decina di giorni, che confermano come la capacità statunitense di interagire con la Cina, e magari di influenzare le sue scelte, non possa essere pienamente compresa senza tener conto dell’effetto “moltiplicatore” svolto in questo ambito dagli alleati di Washington.

Vero, l’Amministrazione Trump non sembra tenere in gran conto le classiche organizzazioni multilaterali: sul fronte asiatico, per esempio, Washington ha abbandonato l’accordo di libero scambio TPP che “circondava” la Cina e ha contribuito finora a depotenziare l’Organizzazione mondiale del Commercio (WTO) che secondo alcuni costituirebbe lo strumento principe per arginare le scorrettezze commerciali made in China. Eppure perfino analisti molto critici dell’attuale Amministrazione – come quelli della Brookings Institution – riconoscono che, nel caso del confronto a distanza con Pechino, una qualche forma di collaborazione multilaterale Trump l’abbia di tanto in tanto ottenuta. Il caso più evidente si è verificato alla fine del 2018, quando i Paesi del gruppo Five Eyes – Australia, Canada, Nuova Zelanda e Regno Unito che collaborano con l’“occhio” a stelle e strisce – si sono formalmente associati alla condanna pubblica degli Stati Uniti contro il cyber-spionaggio attuato dalla Cina. Il nuovo attivismo australiano nell’area del Pacifico, di cui si è detto sopra, è un altro esempio di questo gioco di squadra.

L’Amministrazione Trump, per fronteggiare Pechino, non disdegna dunque quello che potremmo definire un multilateralismo empirico e selettivo. Al di là della definizione di tale approccio, è importante sottolineare perché la costituzione di un simile fronte che ha come obiettivo il contenimento cinese possa realizzarsi proprio in questo momento storico e grazie alla collaborazione dei Paesi democratici più geograficamente ed economicamente prossimi alla Cina – cioè Australia, Nuova Zelanda, Canada, ma anche Giappone, Corea del Sud e India. Sono infatti questi Paesi, all’avvicinarsi del 2020 che convenzionalmente coincide con la fine dell’ascesa pacifica cinese, a testare o a temere per primi quel che verrà dopo il cosiddetto “periodo di opportunità strategica”. Un Paese come l’Australia, “canarino” democratico nella “miniera” del capitalismo autoritario cinese, già oggi subisce in maniera massiccia le interferenze di Pechino nella propria vita democratica, per esempio. Sempre l’Australia è il primo Paese a vedere dispiegarsi fuori dai propri confini una forza militare che, come si legge in un recente rapporto della Defence Intelligence Agency sull’esercito di Pechino, è ormai in grado di gestire un conflitto regionale e allo stesso tempo di raggiungere obiettivi militari nemici in tutto il mondo (pur senza potere ancora schierare forze convenzionali ovunque). Assumendo questa prospettiva meno Washington-centrica, i tweet tonitruanti di Trump sulla Cina assumono un significato e un peso diversi. Non a caso un atteggiamento retorico e diplomatico più incisivo nei confronti della leadership cinese da parte dell’Amministrazione americana riscuote diffuso apprezzamento negli apparati diplomatici e di sicurezza di Paesi – come l’Australia e il Giappone – legittimamente più ansiosi di capire l’evolversi della parabola cinese. “La grande domanda è se, di fronte a una forma di resistenza concertata a livello internazionale, non solo da parte degli Stati Uniti ma anche dei suoi numerosi alleati, Xi modificherà le sue convinzioni o le sue posizioni su qualche tema”, ha scritto Richard McGregor, del think tank australiano Lowy Institute, individuando così la ratio del nuovo “multilateralismo empirico” a trazione statunitense.

La scommessa che certi attori nell’area asiatica sembrano voler giocare adesso rispetto alla Cina assomiglia a quella di un genitore nei confronti di un figlio adolescente molto irrequieto. Il padre e la madre alzano e induriscono i toni nella speranza di modificare gli atteggiamenti più pericolosi dell’adolescente, prima che il giovane cresca e poi sia troppo tardi per indurlo a cambiare. Se il “periodo di opportunità strategica” di Pechino che volge oramai al termine assomiglia all’adolescenza della potenza cinese contemporanea, allora per Canberra, Tokyo o Ottawa appare tutt’altro che avventato fare sponda con gli Stati Uniti di Trump su questo dossier. Nessun diplomatico o militare – australiano, canadese o giapponese – userà mai una simile metafora pedagogica in pubblico, ovviamente, ma delimitare oggi il perimetro dei comportamenti cinesi ritenuti accettabili sullo scacchiere internazionale potrebbe essere l’unica via per evitare problemi maggiori domani. (Public Policy)

@marcovaleriolp