La gabbia delle riforme, tra debito pubblico e domanda di crescita

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semplificazione

di Lorenzo Castellani

ROMA (Public Policy) – Con l’imminente legge di bilancio sono emersi limiti e opportunità che lo scenario europeo ed internazionale pongono all’Italia. Il Paese è imprigionato all’interno di una gabbia dove il sentiero d’uscita appare molto stretto. Il primo lato della prigione è costituita dal debito pubblico: se questo aumenta eccessivamente, sale lo spread e, di conseguenza, il costo per interessi che lo Stato deve sostenere. Ciò significa dover necessariamente convivere con un vincolo esterno derivante dai mercati internazionali che impedisce riforme eccessivamente costose. Gli operatori finanziari ragionano sull’arco di pochi mesi ed una esplosione di deficit e debito pubblico per finanziare le riforme, che pur nel lungo periodo potrebbero portare una maggior crescita, non verrebbe tollerata. Il secondo lato della gabbia è dato dal sistema politico italiano e da una domanda che viene evasa fin dai tempi del governo Monti, e cioè se si possano contemporaneamente ridurre il debito pubblico e la spesa per interessi, rispettare gli obiettivi di politica economica fissati dalla Commissione europea e avere una forte crescita economica. Alcuni osservatori rispondono di sì, a patto che il Paese sia disposto a realizzare un pacchetto di riforme molto impegnativo. Tuttavia, su questo punto occorre un certo realismo storico: nessun governo, dal 2011 a oggi, è riuscito a completare le riforme indicate dagli organi sovranazionali (Eu, Ocse, Fmi ecc). Ciò è avvenuto solo parzialmente (pensioni, lavoro) e con ripercussioni politiche feroci che hanno portato al governo i partiti anti-establishment.

Quelle indicate dall’alto degli organismi internazionali sono riforme politicamente irrealizzabili per il Paese poiché i partiti, tanto quelli che hanno governato quanto quelli che governano oggi, e i loro elettori non le reputano accettabili. Una massiccia riduzione della spesa pubblica, che nel breve periodo può avvenire soltanto con una decrescita della spesa pensionistica, potrebbe essere una soluzione razionalmente corretta, ma la storia ha dimostrato che è una soluzione politicamente insostenibile. Le riforme indicate dalla Commissione europea, non soltanto oggi non incontrano i favori del programmi di governo, ma non sarebbero azionabili, con ottime probabilità, nemmeno da un nuovo governo tecnico emanazione di Bruxelles poiché il Parlamento rifiuterebbe di metterle in opera. I partiti italiani hanno imparato che i programmi concordati con Bruxelles anche se solo parzialmente eseguiti, come nel caso del governo Monti, comportano una massiccia perdita di consenso e disapprovazione.

Dunque, stretto nella morsa del costo del debito e della domanda di crescita il governo italiano si troverà in difficoltà, come i suoi ultimi predecessori, a gestire le promesse della campagna elettorale. La strategia della gradualità, per la quale non è possibile realizzare tutte le riforme previste dal contratto di governo in una volta sola, è un segno di maturità e responsabilità rispetto alle prime settimane di vita del nuovo esecutivo. Tuttavia, questo primo passo non è sufficiente per uscire dalla gabbia. Spacchettare riforme costose non basta poiché elettori e mercati chiederanno ognuno il proprio conto nei prossimi anni. Per questo sarebbe opportuno individuare le priorità da far valere anche nel rapporto con Bruxelles: tre, quattro misure di legislatura da sviluppare e implementare in quattro anni, di cui la maggioranza orientate alla crescita.

Questa via è rafforzata dagli ultimi dati dell’Ocse che prevedono un rallentamento dell’economia europea ed italiana a causa dei rischi geopolitici e di una politica commerciale inasprita dai dazi. L’Ocse ipotizza tra le misure per il rilancio un aumento degli investimenti pubblici e privati, che in Italia sono fortemente ribassati rispetto a dieci anni fa. Questo apre una finestra di opportunità per impiegare al meglio gli spazi di bilancio che emergeranno dal confronto con la Commissione europea e con la fiducia dei mercati. Sul fronte delle infrastrutture si può investire per rafforzare la colonna vertebrale del Paese sia sul piano strutturale (strade, ponti, porti, ferrovie) sia sul piano digitale (banda larga e nuove tecnologie). Un impegno progressiva che potrebbe fare dell’Italia una grande piattaforma logistica tra il cuore dell’Europa ed il mediterraneo, sfruttando al meglio la sua posizione strategica.

 L’uscita dalla gabbia è stretta e forzatamente graduale: riequilibrare spesa corrente e per investimenti, velocizzare i tribunali e semplificare le regole per favorire gli investimenti privati sono due percorsi  inevitabili se si vuole riavviare la crescita senza azzardare sul bilancio pubblico mettendo a rischio la sostenibilità del debito. Queste politiche potrebbero, inoltre, essere usate come grimaldello per un allentamento sul deficit poiché un nuovo piano infrastrutturale con gare internazionali potrebbe essere invitante per gli altri paesi dell’Unione europea. Una volta aperto questo varco la maggioranza potrà dedicarsi a realizzare le riforme promesse come flat tax e reddito di cittadinanza. Se però crescita e occupazione ripartissero grazie agli investimenti di politiche così costose e strutturate potrebbe non esserci più bisogno, almeno nella forma originaria in cui erano state previste. (Public Policy)

@LorenzoCast89