Le fatiche di Matteo e Giuseppe // Nota politica

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(foto DANIELA SALA/Public Policy)

di David Allegranti

ROMA (Public Policy) – Settimana dura per Matteo Salvini, la cui legittimità politica viene costantemente messa sotto attacco dai provvedimenti operativi di Mario Draghi. Come quello appena varato sul green pass. Alla fine, giovedì scorso, il Consiglio dei ministri ha approvato l’estensione della carta verde per l’ingresso in tutti i luoghi di lavoro a partire dal 15 ottobre. Per ora niente obbligo vaccinale, come richiesto invece dai sindacati. Anche la Lega ha votato a favore. “Questo decreto è per continuare ad aprire”, ha spiegato Draghi. Una sorta di commissariamento supplementare del leader leghista, che fatica a farsi ascoltare anche dai suoi dirigenti. La sortita di Giancarlo Giorgetti, ministro dello Sviluppo economico e draghiano della prima ora, che si è detto favorevole all’estensione del green pass prima che venisse portato in Cdm, ha rinverdito la discussione interna alla Lega su come si sta al governo.

Un pertugio nel quale si è infilato subito il segretario del Pd Enrico Letta, in campagna elettorale permanente a Siena per le suppletive: “Sul green pass sono grato al ministro Giorgetti per la sua chiarezza. Il suo è un modo corretto per stare al Governo”. Come a dire, neanche troppo velatamente, che qualcuno non conosce il galateo. Salvini appunto. Incalzato dal Nord produttivo, dai suoi popolari governatori. Luca Zaia, Massimiliano Fedriga. Il presidente della Regione Veneto ha detto che “il green pass è una patente di libertà” e vaccinarsi “una scelta di altruismo”. “Condivido”, ha replicato il presidente della Regione Friuli-Venezia Giulia Fedriga in un’intervista a Huffington Post, “può permettere di fare quello che non si poteva fare, esattamente come partecipare alla campagna di vaccinazione è una protezione per sé e per gli altri. Guardi, me lo faccia ricordare dopo mesi tremendi: non c’è solo il Covid. Avere ospedali pieni significa non dare servizio a chi soffre di altre patologie”.

La ragionevolezza dei presidenti di Regione leghisti, detentori di un potere politico consistente sul territorio, non può che frenare la burbanza di Salvini, leader che rischia di trovarsi presto dimezzato. C’è già chi sussurra la parola “congresso” federale dopo le elezioni amministrative, ma per il momento potrebbe essere solo una suggestione. “Se si facesse adesso, Salvini rivincerebbe a mani basse. Ma mi sembra assurdo che qualcuno chieda un congresso”, dice a Public Policy l’europarlamentare Susanna Ceccardi, vicinissima a Salvini. “Se perdiamo due Comuni è un referendum contro Salvini? Non credo. Noi governiamo 15 Regioni su 20 e negli ultimi 2 Governi ci sono quelli del Pd”, osserva ancora Ceccardi.

A Salvini dunque non resta che provare a riaprire il filone, un tempo molto ricco e fortunato, dei migranti e delle loro presunte invasioni. Nel mirino la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, sollecitata da Salvini a dare qualche risposta perché, ha detto durante un’iniziativa elettorale nella periferia romana, “tra rave party abusivi accoltellamenti, baby gang e femminicidi sembra che il ministro sia più interessata a controllare il green pass ai bambini a Gardaland o ai ragazzi in pizzeria mentre aumentano gli sbarchi e i reati soprattutto per mano dei clandestini”. L’attacco alla ministra dell’Interno va avanti da giorni e proseguirà ancora nelle prossime settimane. Ma è destinato, per ora, a essere un’arma senza mordente. Draghi ha infatti auspicato un chiarimento fra Lamorgese e l’ex ministro dell’Interno Salvini. Magari, ha precisato, non in streaming.

Lavorare stanca, fare politica pure. Specie se devi girare l’Italia e i risultati per le elezioni amministrative del prossimo 3 e 4 ottobre sono parecchio incerti. Specie se sei appena diventato presidente di un partito e sei convinto di rappresentare un valore aggiunto in grado di spostare gli equilibri, come Leonardo Bonucci quando fu ingaggiato dal Milan, ma l’avventura non inizia nel migliore dei modi. Giuseppe Conte, al suo primo tour da politico professionista, già sente il peso della fatica e delle polemiche interne (un gruppo di dissidenti, guidati dall’avvocato Lorenzo Borrè, contesta l’iscrizione di Conte al M5s, giudicandola irregolare).

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@davidallegranti