Dai migranti al rigore fiscale: scenari per le Europee 2019

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di Lorenzo Castellani

ROMA (Public Policy) – Il caso della nave Diciotti di qualche settimana fa ha messo sotto gli occhi degli analisti una dura realtà: l’immigrazione è tornata ad essere una competenza esclusiva degli Stati nazionali e nessun Governo intende aprire le porte ai flussi migratori.

A fine giugno il Consiglio europeo ha licenziato un accordo che ha sanciva da un lato la continuità sul fronte dell’assistenza dei migranti sul suolo africano e di enforcement della guardia costiera libica e dall’altro rendeva facoltativa per gli Stati membri la creazione di nuovi centri di accoglienza per gli immigrati irregolari. In altre parole si ratificava lo spostamento del confine europeo dalle coste italiane a quelle nord africane e si rendeva meramente possibile, ma non obbligatoria, una ripartizione dei migranti tra Paesi europei. Quali sono state le implicazioni di questo accordo? Di fatto si è stabilita una nazionalizzazione completa delle politiche sull’immigrazione. L’Italia ha guadagnato uno spazio maggiore nel gestire l’accoglienza, ivi inclusa la facoltà di chiudere i porti e respingere le navi delle Ong, ma al tempo stesso non ha ottenuto una maggiore collaborazione da parte delle altre nazioni, le quali preferiscono lasciare ai Paesi mediterranei il compito del respingimento.

Questo scenario, tuttavia, non ha chiuso il dibattito sulla questione migratoria poiché diversi leader europei, come il cancelliere austriaco Kurz ed il primo ministro danese Rasmussen, hanno sottolineato la necessità di creare dei centri di accoglienza da cui processare le richieste d’asilo fuori dai confini dell’Unione europea. Un altro indizio che la risoluzione della crisi, molto probabilmente, resterà nelle mani degli Stati nazionali e avrà uno sviluppo esogeno rispetto alla cornice delle istituzioni europee.

Insieme ad una nazionalizzazione di alcune politiche a cui l’Unione europea sembra incapace di rispondere collettivamente per gli interessi divergenti degli Stati stanno emergendo i mutamenti dell’opinione pubblica europea. Sostanzialmente in tutti i sondaggi elettorali dei Paesi membri, infatti, si registra un crescita sostanziale dei partiti cosiddetti populisti e nazionalisti e, come nel caso dell’Italia, l’ascesa al Governo degli stessi. Nel maggio 2019 si voterà per il rinnovamento delle cariche delle istituzioni di Bruxelles e questo impone la necessità di prospettare dei possibili scenari sul futuro delle politiche europee.

Oggi è chiaramente impossibile effettuare una previsione sui numeri che il Parlamento europeo presenterà dopo le prossime elezioni tuttavia, se i trend degli ultimi anni e mesi saranno confermati, è possibile che l’attuale coalizione tra popolari e socialisti che oggi governa l’Europa si ritrovi con numeri ben più ristretti rispetto a quelli attuali o che addirittura non sia in grado di ottenere abbastanza consensi per formare una maggioranza. Il baricentro europeo si sposterà verso la destra nazionalista e sarà, in ogni caso, sempre più condizionato dai nuovi partiti populisti. Tuttavia è improbabile che questo spostamento aiuti le istituzioni europee ad affrontare più unitariamente i problemi che si presentano e a proseguire il processo d’integrazione europea. Le forze che stanno emergendo sono per gran parte inclini a far prevalere l’interesse nazionale su quello europeo e a scendere meno a compromessi con il processo intergovernativo.

Ciò probabilmente esacerberà le tensioni sul piano economico nei prossimi anni in quanto l’offerta politica dei partiti anti-establishment tende ad esasperare le tradizioni nazionali. Nell’Europa meridionale ciò significa chiedere maggiore spazio in bilancio per la spesa sociale ed una maggior protezione dei lavoratori mentre se dalla Francia ci si sposta verso nord e verso est i nuovi partiti domandano un maggior rigore fiscale, meno vincoli commerciali e una riduzione della condivisione dei rischi di finanza pubblica e privata. È evidente che se, come risultato delle elezioni, aumenterà questa polarizzazione politica sarà sempre più difficile governarla attraverso le istituzioni europee.

Ciò può produrre tre scenari nel medio-lungo periodo: a) queste posizioni indurite degli Stati membri produrranno una tensione sempre più forte che determinerà un processo di rimpatrio delle politiche pubbliche e, per l’eurozona in particolare, potrebbe aprire una fase complessa e decisiva per la sopravvivenza della stessa moneta pubblica; b) per evitare che una siffatta situazione degeneri, mettendo a repentaglio l’intero sistema economico-finanziario europeo, i partiti che governeranno l’Unione europea potrebbero decidere di rilassare le regole fiscali del Trattato di Maastricht. In questo caso però, soprattutto nel caso in cui la Bce ponga davvero termine al Qe nel 2019, i Paesi più deboli si troveranno esposti sui mercati finanziari che probabilmente farebbero salire il costo del debito a causa della combinazione tra scarsa crescita e bassa fiducia; c) al contrario la pressione dei nuovi partiti radicalizzati sulla coalizione centrista-europeista o la condivisione del governo europeo tra partiti tradizionali e anti-establishment, scenari che dipenderanno dai risultati delle Europee del 2019, potrebbe provocare uno scatto dei vertici europei su investimenti pubblici comuni, completamento dell’Unione bancaria e l’avvio di una qualche forma di mutualizzazione dei debiti pubblici proprio per evitare di essere travolti dai nazionalismi.

Da ultimo va rilevato che il dibattito sul futuro dell’Unione, nell’opinione pubblica e nei partiti dei singoli Stati membri, non è mai stato forte come in questo momento. Questa situazione potrebbe produrre un effetto di polarizzazione tra europeisti ed anti-europeisti che, considerate le tendenze politiche e il grado di fiducia decrescente verso l’Unione europea, potrebbe giocare a favore di questi ultimi. Un effetto per certi versi simile a ciò che accadde con il referendum sulla Brexit potrebbe caratterizzare le elezioni europee del 2019. (Public Policy)

@LorenzoCast89