Non disturbare il manovratore sovranista: il cdx e il nodo candidati

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(foto DANIELA SALA/Public Policy)

di David Allegranti

ROMA (Public Policy) – Ma se il centrodestra avesse sbagliato le candidature per le elezioni amministrative? L’intervista alla Stampa di Giancarlo Giorgetti, ministro dello Sviluppo economico, leghista di orientamento draghiano, pubblicata lunedì scorso, conteneva – fra i molti spunti – una critica durissima al centrodestra e alle sue scelte per le elezioni del 3 e 4 ottobre. Giorgetti si è pure lanciato in un endorsement per Carlo Calenda, avversario di Enrico Michetti a Roma: “Al netto delle esuberanze, mi pare che abbia le caratteristiche giuste per amministrare una città complessa come Roma”. Per Giorgetti il candidato di centrodestra giusto sarebbe stato Guido Bertolaso. E anche a Milano sarebbe stato opportuno individuare qualcun altro rispetto al primario di pediatria Luca Bernardo. “I candidati non li ho scelti io”, ha subito precisato Giorgetti.

Ma perché il centrodestra insiste sulla “civicità” in tutte le città al voto? È l’ammissione o no di un problema di costruzione della classe dirigente politica? “È soprattutto un modo per mediare fra le componenti e impedire che le rispettive ambizioni di visibilità portino a dilaniarsi, stante le differenze sostanziali fra i programmi, gli stili e le strategie di ciascuna delle diverse formazioni”, dice a Public Policy il politologo Marco Tarchi, docente di Scienza Politica all’Università di Firenze. “Proponendo soggetti ipoteticamente super partes o comunque lontani dal professionismo politico, ognuno dei partiti della coalizione spera poi, nel caso di un successo, di poter più facilmente influire, con i propri assessori e consiglieri, sulle loro scelte (provvedimenti, nomine ecc.). Quanto alla classe dirigente, ormai è prassi di quasi tutti i partiti costruirsela sul campo, senza puntare su quadri preformati. Si vedano i casi della Lega di un tempo o del M5S odierno (anche se in campo parlamentare ben più che di governo locale)”. La coalizione – che è già divisa tra governo e opposizione – dopo le amministrative rischia di sfasciarsi? “Le tensioni – aggiunge Tarchi – potrebbero acuirsi, ma è interesse di tutti continuare ad andare avanti insieme, pur in un contesto molto eterogeneo, fino alle elezioni legislative, anticipate o no. Anche se, nel caso di Forza Italia, le possibilità di smembramenti e/o di passaggi ad altro tipo di alleanze non possono essere esclusi, specialmente se lo stato di salute di Berlusconi continuasse a limitare la sua capacità effettiva di leadership”.

“C’è un tema di selezione della classe dirigente, è vero, ma è anche vero che in un Paese normale alle elezioni amministrative a Milano si candida Salvini e a Roma si candida Meloni”, dice a Public Policy Stefano Mugnai, vicecapogruppo alla Camera di Coraggio Italia: “La scelta di certe candidature comunque non mi stupisce. Il centrodestra in questi anni ha preso posizioni sovraniste e populiste, quindi l’individuazione dei candidati deve rispondere a questi requisiti. Anche chi aveva magari già vinto in passato, individuato da un centrodestra non ancora sovranista, e oggi si ripresenta, è costretto ad assumere una postura diversa, in virtù dei risultati di Salvini a suo tempo clamorosi e di Meloni, per il momento solo nei sondaggi. La destra ha tuttavia vinto sulle posizioni di centrodestra pragmatiche e moderate”. Quello che dunque vediamo alle prossime elezioni amministrative non deve stupire, osserva ancora Mugnai.

“Alle comunali c’è il sistema maggioritario, quindi o hai una coalizione che ha 60 per cento e puoi fare quello che vuoi, ma siccome invece c’è bisogno dei voti di tutti, il centrodestra deve andare anche a grattare i voti dell’altra parte. Se ti poni in maniera pragmatica, alla Draghi, magari riesci a vincere, ma se per avere la benedizione dei maggiorenti ‘sovranisti’ cerchi di essere più realisti del re non guadagni voti. A forza di urlare, la gente non ti ascolta più, anche se ti ha già votato in passato. Poi, attenzione, ci sono anche civici bravi e i sindaci uscenti hanno senz’altro una forza propria. Ma il rischio è che lunedì verificheremo con mano che c’è un centrodestra fuori tempo e che il vento deve cambiare. Un certo tipo di centrodestra è andato bene nei mesi scorsi, ma non è quello adatto per le prossime elezioni politiche”. Insomma, “a parte il caso di Torino, i candidati scelti dal centrodestra alle elezioni amministrative sono personaggi occasionali”, dice a Public Policy Sofia Ventura, docente di Scienza politica all’Università di Bologna: “È il frutto di un sentimento antipolitico che a destra è più forte che a sinistra. I partiti rimangono protagonisti della vita pubblica ma non come organizzazioni con i loro processi interni, come attori collettivi sulla scena politica, bensì come comitati elettorali di individui o gruppi, come garanti di sistemi di potere, nazionale o microlocale”.

Insomma, “da un lato i partiti non sono più capaci di produrre classe dirigente, dall’altra vogliono continuare a tenere il boccino in mano, nascondendosi però dietro il mito frusto del civico al quale si attaccano ancora retoricamente. Quindi continuano a cercare persone disponibili della cosiddetta società civile. Ma chi è professionalmente impegnato tiene al proprio lavoro e prosegue a farlo. Il risultato è che abbiamo l’impressione di essere di fronte a una politica non in putrefazione ma già putrefatta”. Pensiamo, osserva la politologa Ventura, a quel che è accaduto con la non candidatura di Andrea Cangini a Bologna e con la scelta di Enrico Michetti a Roma: “I conflitti interni sono miserrimi, non vertono sulle grandi scelte o sulle idee, ma sui meccanismi di potere. Come quello che ha portato Giorgia Meloni a pretendere di avere la parola ultima su Roma e non avere niente di meglio da proporre di Michetti. Il che testimonia l’assenza di personalità di un certo tipo sia dentro Fratelli d’Italia sia dentro il centrodestra. A Bologna, si era presentata una rara occasione con Cangini, che avrebbe avuto ottime chance, ma hanno scelto di triturare una candidatura nelle loro diatribe di potere interne. Nel centrodestra di oggi si sta molto attenti a non favorire certi posizionamenti. I profili centristi non vanno bene agli occhi di Meloni e Salvini, perché un eventuale risultato positivo andrebbe a rafforzare la componente rappresentata da Forza Italia”. Non disturbare il manovratore sovranista, insomma. Finora è stato così, ma da lunedì prossimo? (Public Policy)

@davidallegranti