La fine del primato militare Usa? Esagerata. Uno studio italiano

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di Marco Valerio Lo Prete

ROMA (Public Policy) – Alla fine dell’Ottocento, le grandi potenze del nostro continente non attribuirono forse la giusta importanza all’emergere della Prussia, e comunque sia non riuscirono a formare un fronte unico per contenere l’ascesa della potenza che – portando all’unificazione della Germania – avrebbe sconvolto nel giro di pochi decenni gli equilibri europei e poi mondiali. Sono numerosi gli studiosi di relazioni internazionali che, alla ricerca di insegnamenti per comprendere l’ascesa della Cina contemporanea, sono tornati ad esaminare l’irruenza con cui la Prussia si affermò sullo scacchiere internazionale. Nelle analisi di questo tipo, non mancano parallelismi sul sorprendente progresso militare dei due enfant prodige della geopolitica. D’altronde nel 1906 la Royal Navy di Sua Maestà realizzò una nave da battaglia, la Dreadnought (dall’inglese “non temo nulla”), decisamente più veloce, super corazzata e con una potenza di fuoco più temibile di tutte le navi che avevano solcato i mari fino ad allora. La Dreadnought era il frutto di un prolungato dominio britannico, quasi incontrastato, nel settore nautico. Eppure nella più cruenta battaglia navale della Prima Guerra mondiale, quella dello Jutland nel 1916, la Marina del Kaiser a sorpresa si mostrò competitiva, tecnologicamente alla pari con quella britannica. Nei dieci anni che avevano preceduto quello scontro nel Mare del Nord, infatti, lo sforzo di ricerca e costruzione nei cantieri della Germania guglielmina era stato tale da ridurre un ritardo secolare rispetto a Londra. La spesa per la difesa dell’Impero tedesco era addirittura raddoppiata tra il 1890 e il 1916. Di fronte a una simile e così riuscita rincorsa, è comprensibile che oggi gli osservatori s’interroghino su cosa possa discendere dall’incremento del 920% della spesa militare che la Repubblica Popolare Cinese ha registrato tra il 1991 e il 2017, passando da 23 a 228 miliardi di dollari di stanziamenti pubblici.

Tuttavia l’analogia fra Prussia e Cina contemporanea rischia di essere fuorviante perché infondata, perlomeno sotto l’aspetto militare. È quanto sostengono due studiosi italiani, Andrea Gilli e Mario Gilli, ricercatori rispettivamente al Nato Defense College di Roma e al Politecnico di Zurigo. “Why China Has not Caught Up Yes”, “Perché la Cina non ha ancora recuperato”, è il titolo della loro ricerca pubblicata sulla prestigiosa rivista accademica “International Security”, che sta facendo discutere la comunità degli studiosi e non solo (ne ha parlato il Washington Post, per esempio, e il prossimo 5 aprile sarà al centro di un confronto alla National Defense University del Pentagono, a Washington). Dove gli autori spiegano, districandosi con sapienza tra la storia delle relazioni internazionali e la descrizione dell’attuale stato delle tecnologie militari, perché al caso di Pechino non sia oggi applicabile la teoria del “vantaggio dell’arretratezza” cara ad Alexander Gerschenkron e ai suoi epigoni. Secondo tale teoria, gli Stati in via di sviluppo sono in condizione di approfittare dei balzi tecnologici degli Stati più avanzati, sostanzialmente imitando e replicando tecnologie ottenute dagli altri col sudore della ricerca di frontiera, riducendo così – con sforzi relativamente più contenuti – il gap che li divide dal gruppo di testa. Il “vantaggio dell’arretratezza”, secondo una certa vulgata, addirittura si accrescerebbe con la globalizzazione contemporanea, grazie alla diffusione di tecnologie “dual use”, che possono cioè essere utilizzate quasi indifferentemente per scopi pacifici e militari, e in ragione delle maggiori possibilità di comunicazione (e di cyber spionaggio) tra i differenti Paesi. Non a caso anche esponenti degli apparati di sicurezza a stelle e strisce, come l’ex dirigente della National Security Agency, il generale Keith Alexander, hanno detto che a causa delle nuove forme di spionaggio gli Stati Uniti “potrebbero vedersi rubare tutti i frutti del proprio processo di ricerca e sviluppo”.

Se questi scenari a tinte fosche per Washington non sono necessariamente dietro l’angolo, spiegano Andrea Gilli e Mario Gilli, lo si deve alla crescente complessità dei processi innovativi, soprattutto in campo militare. “La complessità genera incompatibilità e vulnerabilità. All’aumentare della complessità – scrivono gli autori dello studio – aumenta anche il numero e l’importanza di incompatibilità e vulnerabilità. Prevedere, scoprire, identificare, comprendere e risolvere tutti i possibili problemi tecnici nella fase di progettazione, sviluppo e produzione di un sistema d’armi avanzato comporta sfide enormi. Affrontarle senza creare nuovi problemi è di per sé una sfida ancora più grande”. Se nel 1930 un aereo da combattimento era assemblato a partire da centinaia di pezzi, questi nel 1950 erano diventati decine di migliaia, oggi superano quota 300.000. Le piattaforme militari, con l’innesto di singole componenti più sofisticate in ragione dello sviluppo dell’elettronica, dell’ingegneria e della scienza dei materiali, sono diventate a loro volta “sistemi di sistemi”. Un esempio su tutte: la moltiplicazione delle righe di codice sorgente necessarie a far funzionare i software a bordo; siamo passati dalle 1.000 righe di codice del modello F-4 Phantom II del 1958 alle 5,6 milioni di righe nell’F-35 di ultima generazione.

COME È CAMBIATA L’INNOVAZIONE IN CAMPO MILITARE 

La quantità, in questo campo, può diventare qualità. Infatti un’ulteriore difficoltà per i Paesi che inseguono nella competizione tecnologico-militare a livello mondiale è dovuta al cambiamento avvenuto nella natura stessa dell’innovazione. Questa non è più soltanto frutto di ipotesi, creatività, ingegno e intuizione come fu per i primi sottomarini o aerei militari, ma figlia di ricerca scientifica e ingegneristica affiancate da esperienza nel design, nello sviluppo e nella manifattura. I processi imitativi, perciò, sono diventati molto meno semplici. Mobilitare capitali ingenti e creare economie di scala, sull’orma della cantieristica prussiana di fine Ottocento per intenderci, non è più garanzia di successo. A chi imita le tecnologie altrui, oggi, è richiesta quella che gli autori dello studio definiscono “una massiccia capacità di assorbimento”. È incredibilmente maggiore infatti il numero di discipline coinvolte nella produzione di un caccia militare di ultima generazione, così come la capacità di errori infinitesimali di generare conseguenze catastrofiche (come dimostrato di recente, in campo civile, da tragedie aeree che hanno coinvolto velivoli tecnologicamente avanzatissimi). Non solo: la capacità di assorbimento, in campo militare, è diventa più “specifica”. Ai tempi della Prima Guerra mondiale, i produttori di automobili potevano ancora entrare con relativa facilità nel business dei carri armati o degli aerei, come fece – tra gli altri – Rolls Royce. Oggi “le industrie della difesa e quella civile sono arrivate a essere nettamente distinte, al punto che perfino comparti come la cantieristica o l’aviazione per la difesa e per il commercio hanno davanti a sé scarse possibilità di sinergia”. Ecco perché cyber spionaggio e reverse engineering (in italiano, “ingegneria inversa”), nel settore della difesa, non sono più una ricetta imbattibile per assicurarsi il primato tecnologico.

Compattezza interna e visione strategica della potenza emergente cinese, infine, devono fare i conti con una conoscenza che – nel campo della sicurezza – tende a essere sempre più “tacita” e “organizzativa”, ragionano gli autori, piuttosto che “codificata” e “individuale”. In passato, “la conoscenza legata a come produrre una certa tecnologia era relativamente semplice; poteva essere sintetizzata in termini di princìpi e regole, era codificabile. La codificabilità del tutto consentiva la diffusione della conoscenza. In ragione della crescente complessità dei sistemi d’arma, le innovazioni sono diventate il prodotto di estese attività di creazione di prototipi, test, esperimenti e rifinitura: come risultato di questo cambiamento, la conoscenza legata a un dato sistema d’armi è sempre meno codificabile, è diventata tacita”. Mentre l’inventore solitario e geniale è ormai un mito, “l’F-117 (dei primi anni 80, ndr) fu progettato da una squadra di 50 ingegneri, e un numero ancora maggiore di ingegneri è stato necessario per sviluppare e rifinire il prodotto finale. Il numero è cresciuto in maniera stupefacente col passare del tempo, con oltre 6.000 ingegneri al lavoro sul progetto dell’F-35”. Per citare Friedrich von Hayek, si potrebbe dire che tornano a essere preminenti, a maggior ragione nell’innovazione militare, le “conoscenze delle circostanze particolari di tempo e di luogo”, diffuse tra migliaia di uomini e laboratori, tanto che gli autori del paper scrivono: “Con numeri così grandi, se un ingegnere o un progettatore decidesse di emigrare o di passare al nemico, o se addirittura fosse rapito, sarebbe tutt’al più in grado di fornire soltanto una piccola parte della conoscenza necessaria”.

REALISMO VS ISTERIA

Ragionamenti di questo tipo sembrano confermati da quanto sta accadendo nella gara per i caccia militari di quinta generazione. L’F-22 Raptor prodotto da Lockheed Martin e Boeing per gli Stati Uniti è stato lanciato nel 2005. Nel 2017 la Cina ha presentato il modello concorrente, il J-20 Black Eagle. Se il velivolo a stelle e strisce è diventato operativo vent’anni dopo che il progetto originario era stato avviato, al J-20 cinese si lavorava dalla fine degli anni 90 e ad oggi – secondo testimonianze raccolte dalla stampa tra gli addetti ai lavori – non è ancora pienamente operativo. Andrea Gilli e Mario Gilli non invitano comunque l’Occidente a trazione americana a illudersi: non è scritto da nessuna parte che Pechino non riuscirà mai a raggiungere Washington, contendendole a quel punto il primato nel settore della difesa. Una robusta dose di realismo, però, consente di evitare inutili isterie e di concentrarsi così su quanto è necessario fare per mantenere un vantaggio decisivo nell’attuale scenario mondiale. Ammesso che lo si desideri. (Public Policy)

@marcovaleriolp