Pd in perenne stato confusionale, il centrodestra prova a governare

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di David Allegranti

ROMA (Public Policy) – Il presidente della Regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini si è dunque candidato, quasi dopo due anni di preparazione, alla segreteria del Pd (primarie il 19 febbraio, ma è una data flessibile, che potrebbe cambiare a seconda di quando ci saranno le elezioni regionali). È il favorito, come dice un sondaggio pubblicato da Alessandra Ghisleri di Euromedia Research. Quasi un elettore su due (47,3 per cento) è convinto che il prossimo segretario sarà lui.

I risultati del sondaggio di Ghisleri sono abbastanza impietosi, per il partito di Enrico Letta. Il 34,3 per cento dell’elettorato del Pd è ancora indeciso, non sa se e chi votare. “Tra questi ben il 44,1 per cento degli over 65 che dovrebbero costituire la storia della tradizione del partito”, osserva Ghisleri, che ha anche analizzato il gradimento dei vari aspiranti segretari: “A fronte delle rilevanti personalità di cui si parla pubblicamente senza ancora una nota ufficiale definita, il presidente della Regione Emilia Romagna Stefano Bonaccini (25,9 per cento) è in testa alla classifica seguito a breve distanza dalla sua vice Elly Schlein (21,4 per cento). Più distanti emergono Vincenzo De Luca (5,9 per cento) Francesco Boccia (4,5 per cento), Paola De Micheli (3,3 per cento), Dario Nardella (2,5 per cento), Peppe Provenzano (1,5 per cento) e Matteo Ricci (0,6 per cento)”.

Sabato scorso c’è stata l’assemblea nazionale del Pd, che ha modificato lo statuto per permettere, di fatto, a Schlein di candidarsi alla guida del Pd. “Avevamo già eletto una presidente non iscritta (evidentemente non ci credeva abbastanza), e adesso cambiamo lo Statuto per consentire a chi non è iscritto (perché evidentemente non ci crede abbastanza) di diventarne addirittura segretario. Cos’altro?”, osserva Pierluigi Castagnetti, citando il caso di Valentina Cuppi, presidente del Pd. Il partito sembra essere alla ricerca di un papa straniero, se non di una papessa straniera. Per questo apre alla sinistra e alla cosiddetta società civile, per una fase costituente (ma al Pd servirebbe un ricostituente). “E da una parte si invoca il partito di identità fondato sui soli iscritti e dall’altra si eliminano le primarie aperte per le cariche pubbliche”, aggiunge Arturo Parisi: “In una Assemblea col 57,8% di votanti ‘da remoto’. Alle politiche il 63,9% di votanti ‘di persona’ era ‘crollo della partecipazione’”.

L’entusiasmo dell’assemblea del Pd è dunque abbastanza scarso, figurarsi quello di chi al massimo simpatizza. E sembra che non sia il caso di aspettarsi grandi novità dalla competizione congressuale, dove ormai girano già i grandi classici: “Le correnti in sé non sono un male, il problema è che negli anni sono diventate un elemento di presenza per costruire classi dirigenti basate sulla fedeltà”, ha detto Bonaccini su Rai3. “Non possiamo non essere un partito plurale, ma dobbiamo far sì che tutto questo avvenga nella libertà e non nella chiusura di gabbie necessarie per far carriera. Sono stati tenuti in panchina troppi amministratori locali che hanno vinto spesso anche quando si perdeva a livello nazionale. Il tema non è far guerra alle correnti, ma essere liberi di esprimere il pensiero che si ha”.

Nanni Moretti anni fa avvertiva che “con questo tipo di dirigenti non vinceremo mai”. Sono passati diversi anni, ma lo stato confusionale del centrosinistra è aumentato. Tra le analisi dei dirigenti del Pd sta andando molto di moda quella del “governismo” esasperato: il Pd ha governato a lungo se non da sempre, specie in alcune zone d’Italia, e non si è misurato per davvero con il mercato elettorale. In diversi casi è davvero così – si pensi alle ex regioni rosse – ma fa sorridere che soltanto adesso, dopo la sconfitta elettorale del 25 settembre, arrivi questa botta di presunta autoconsapevolezza.

L’altra questione riguarda il rapporto con il M5s. C’è ancora chi insiste con il dialogo con Giuseppe Conte, ed è la parte che guarda più a sinistra e che magari sarebbe disponibile a stringere un accordo alle prossime elezioni regionali, dove il Pd ha deciso di schierare Alessio D’Amato nel Lazio e Pierfrancesco Majorino in Lombardia. “Io verso i 5 stelle non ho mai sbattuto porte, non ho mai demonizzato nessuno, ma non sono neanche per inseguirli”, ha detto Majorino, che ha precisato anche di non aver nessuna intenzione di avere a che fare con Letizia Moratti, che è candidata in Lombardia con l’appoggio del Terzo polo di Matteo Renzi e Carlo Calenda. Il centrodestra, intanto, prova a governare. (Public Policy)

@davidallegranti