Per capire che succede in Ue, bisogna guardare sempre lì: a Berlino

0

(nella foto: l’interno del Parlamento tedesco)

di Lorenzo Castellani

ROMA (Public Policy) – La votazione di Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione europea ha consegnato un quadro più complesso rispetto a quello che molti analisti si aspettavano.

L’ex ministro della Difesa tedesco, dopo un discorso ampio e che ha cercato di tenere insieme quante più posizioni possibili, è passata per soli nove voti di scarto. Fondamentale per la sua conferma è stato l’apporto di Movimento 5 stelle e del PiS polacco, due partiti considerati euroscettici. A questo punto viene da domandarsi cosa ci si può aspettare dalla prossima legislatura europea.

L’istituzione più importante resta la Banca centrale europea, dove ha fatto molto discutere la nomina di Christine Lagarde. L’ex direttore del Fondo monetario internazionale è un politico e non un tecnico, caratteristica che rompe con la tradizione di Francoforte. Numerosi analisti internazionali si sono interrogati su questa politicizzazione della Bce ritenendola pericolosa per l’indipendenza della stessa. Tuttavia, la Banca centrale europea ha un’autonomia dalla politica garantitale dallo statuto e dall’isolamento democratico (il presidente dura in carica sette anni e non ha un incarico elettivo). Gli allarmismi sembrano dunque eccessivi, anche perché per ora la Lagarde ha dichiarato di volersi muovere in continuità con la politica monetaria impostata da Mario Draghi. Ciò che è certo è che, considerata la frammentazione del quadro europeo, la Banca centrale svolgerà un ruolo sempre più preminente nell’indirizzo politico ed economico dell’Unione europea.

La situazione a livello parlamentare è, come si è visto, molto complessa. Sulla conferma della nomina di Ursula von der Leyen la coalizione europeista non ha retto. I socialisti si sono spaccati, mentre il gruppo dei Verdi si è posizionato all’opposizione e malumori hanno caratterizzato anche varie componenti del Partito popolare. L’impressione è che la grande coalizione centrista che governa l’Europa sia molto più debole e fragile di quella della scorsa legislatura.  È molto probabile che sul piano legislativo la struttura della maggioranza sarà variabile, a volte parteciperanno i Verdi e altre volte i conservatori, a seconda dell’argomento trattato dall’assemblea.

Le divisioni e lo scarso sostegno con cui von dei Leyen inizia la legislatura potrebbero, inoltre, renderla più flessibile nella composizione della Commissione. Iniziare con l’esacerbare le tensioni con gli Stati membri già dalle nomine dei commissari renderebbe ancora più difficile il Governo di una conflittualità già molto elevata.

Questa situazione frammentaria racconta anche i più complessi rapporti tra gli Stati membri. La coalizione che governa l’Italia si è spaccata sulla von der Leyen, 5 stelle a favore e Lega contraria; lo stesso vale per la Germania, con la SpD che ha votato contro il ministro della Difesa del governo di cui fa parte; la Spagna è entrata in una nuova crisi politica domestica, e anche in questo caso il partito socialista che regge il governo di minoranza ha votato per la von der Leyen mentre Podemos, con cui Sanchez sta cercando di accordarsi da mesi con scarso successo, siede all’opposizione. In generale, le coalizioni che governano gran parte degli Stati europei, si pensi a Belgio, Olanda, Austria, sembrano più fragili, ed il quadro politico più frammentato, rispetto a qualche anno fa.

I rapporti tra Francia e Germania, che parevano molto solidi fino a pochi mesi fa, potrebbero subire il contraccolpo di quanto si è visto in Parlamento. Di fatto, la SpD tedesca ha tentato di sabotare l’accordo tra Merkel e Macron così come i Verdi, la cui componente più forte è quella tedesca, se ne sono tenuti fuori. Il fronte dei partiti considerato europeisti, dunque, non è più compatto.

In generale, l’instabilità politica tedesca e le incertezze per il vicino dopo-Merkel sono il vero punto interrogativo sul futuro dell’Unione europea.

Questo scenario rende difficile lo sviluppo di una previsione ottimistica sulla riforma delle istituzioni o sulla modifica delle regole europee. Di fatti la frammentazione e l’indebolimento dei governi determina sia un aumento della prudenza, dunque dell’istinto di conservazione, sia una crescita dei veti reciproci. Ciò renderà difficile sia far procedere ulteriormente l’integrazione, come sperano gli europeisti, che farla arretrare o renderla maggiormente flessibile, come auspicano i sovranisti e la sinistra populista.

Almeno fino a un definitivo cambio di regime a Berlino è probabile che l’Unione vada incontro ad una lunga transizione con prevalenza dello status quo. Una stabilità che momentaneamente può tranquillizzare i mercati finanziari, ma che rischia sia di fare pochi passi avanti sulla crescita economica sia di essere scossa sostanzialmente dai prossimi cambiamenti politici poiché poggia su fondamenta sempre meno solide. (Public Policy) 

@LorenzoCast89