Piccole “rivoluzioni capitaliste” nella Cina alle prese con il coronavirus

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Intere metropoli in quarantena. Ospedali costruiti a tempo di record. Così il Partito comunista cinese sfoggia i muscoli del suo dirigismo per limitare i danni economici dell’epidemia di Coronavirus. Ma spuntano anche inattese aperture all’iniziativa delle imprese private

di Marco Valerio Lo Prete

ROMA (Public Policy) –

Le metropoli, con decine di milioni di abitanti, messe in quarantena dalla mattina alla sera. Gli ospedali, con decine di posti letto, tirati su dal nulla a Wuhan e provincia nel giro di una settimana. Se l’attuale reazione delle autorità di Pechino all’epidemia di Coronavirus dovesse essere rappresentata con alcune istantanee, sarebbero sicuramente queste le immagini più popolari. Prove di efficiente dirigismo che, non a caso, “bucano lo schermo” delle catene televisive di tutto il mondo da un paio di settimane a questa parte.

Tuttavia il tentativo delle autorità politiche cinesi di limitare i possibili contraccolpi negativi del Coronavirus sull’economia nazionale non fa affidamento sui soli muscoli dell’interventismo pubblico. È quanto osservano imprenditori e studi legali da tempo residenti nel Paese asiatico.

Quanto sarà brusca la frenata di Pechino?

Nel 2019 il Pil cinese è cresciuto del 6,1%, cioè al ritmo più lento da tre decenni a questa parte. Quest’anno, secondo l’agenzia di stampa Reuters, il Pil dovrebbe salire almeno del 5,6% se il Partito comunista cinese volesse realizzare il suo obiettivo, quello di raddoppiare Pil e redditi nel corso del decennio che sta per concludersi. Fino a venerdì scorso, Standard & Poor’s prevedeva una crescita del 5,7% per il 2020, ma considerato l’ovvio rallentamento nel primo trimestre, l’agenzia di rating ha abbassato drasticamente l’asticella, al 5%, pur aggiungendo che nel 2021 molto del terreno perso sarà recuperato. La Camera di commercio americana in Cina ha svolto un sondaggio tra 127 delle sue aziende, con 20 di loro che nel Paese asiatico registrano ricavi superiori a 500 milioni di dollari e 27 di loro con ricavi compresi tra i 100 e i 500 milioni di dollari. Stando alla singola previsione più accreditata, sostenuta dal 16% dei manager intervistati, il tasso di crescita del Pil cinese alla fine dell’anno risulterà inferiore di due punti rispetto a quanto previsto fino a poco tempo fa. Per Christine Lagarde, presidente della Banca centrale europea, l’epidemia di Coronavirus è una variabile pericolosa che alimenta l’incertezza, “una rinnovata fonte di preoccupazione” anche per l’economia europea. Secondo gli analisti di Commerzbank, infine, se tra qualche settimana ci trovassimo alle prese con una “pandemia severa”, e non più di fronte a un’epidemia relativamente circoscritta, allora il Pil mondiale potrebbe addirittura far segnare un –6%.

Numeri e considerazioni che danno l’idea di quanto le previsioni siano per il momento volatili e allo stesso tempo di quanto sia difficile sottovalutare il potenziale distruttivo – sul piano umano, sanitario e poi anche economico – di un aggravamento dell’epidemia di Coronavirus.

Gli interventi marginali à la Ronald Coase 

Per fronteggiare tale scenario, raccontano imprenditori e operatori europei che operano in Cina da anni, le autorità non stanno ricorrendo soltanto a misure straordinarie di tipo centralizzato, come le iniezioni di liquidità della Banca popolare cinese o le emissioni di bond e l’erogazione di credito a tassi calmierati per le aziende investite direttamente dagli effetti del contagio. La novità, registrata per esempio nel centro industriale e finanziario di Shanghai, è costituita da una serie di provvedimenti – decisi soprattutto a livello locale – per facilitare l’adattamento delle imprese a questa situazione assolutamente senza precedenti. È stato deciso, per esempio, il rinvio di almeno un mese della scadenza entro cui le imprese devono elaborare i propri conti col fisco, oltre al posticipo di 15 giorni del pagamento dell’Iva, spiega a Public Policy Carlo Diego D’Andrea, avvocato e imprenditore italiano che ricopre il ruolo di vicepresidente della Camera di commercio dell’Unione europea in Cina. Inoltre la città di Shanghai, che con i suoi 25 milioni di abitanti è la più popolosa della Cina, restituirà il 50% dei costi sostenuti lo scorso anno per assicurare i lavoratori contro il rischio disoccupazione a quelle aziende che non ridurranno – o ridurranno il meno possibile – il numero dei loro dipendenti.

Sempre a Shanghai, aggiunge D’Andrea, è stato posticipato di un anno il pagamento di una parte degli oneri sociali che le imprese corrispondono per ogni lavoratore, con un risparmio stimato di quasi un miliardo e mezzo di euro nel 2020 per le aziende della città. Ancora: a favore di quelle imprese che organizzeranno corsi di formazione e aggiornamento professionale per i dipendenti obbligati a rimanere a casa per le festività forzose, è predisposto un rimborso quasi totale dei costi sostenuti. In una potenza economica che non ha ancora ripudiato il socialismo, scelte di questo genere assomigliano a timidi attestati di fiducia per gli imprenditori privati. Come dire: “Cari imprenditori, siete voi, in questo momento inedito, a poter organizzare al meglio le vostre attività e i vostri dipendenti. Di conseguenza noi tentiamo di facilitarvi un po’ il compito”. Decisioni nient’affatto univoche, intendiamoci, accompagnate per esempio da una crescente incertezza normativa – lamentano gli stessi operatori di Shanghai – su tempi e modi della riapertura delle aziende in queste ore. Eppure esse ricordano le “rivoluzioni marginali” di cui parlava il premio Nobel dell’Economia americano Ronald Coase (1910-2013) per spiegare l’avanzata dell’impresa privata a spese dell’economia pianificata nella Cina contemporanea, dall’ascesa di Deng Xiaoping (1978) in poi. Che simili “rivoluzioni” prendano piede, e non finiscano invece per essere sacrificate sull’altare di una stretta autoritaria e della repressione politica che pure potrebbero accompagnare una crisi come quella in corso, è ancora tutto da vedere. (Public Policy)