Se sovranisti ed europeisti hanno gli stessi problemi

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elezioni europee 2019

di Lorenzo Castellani

ROMA (Public Policy) – Le prossime elezioni europee vengono presentate da gran parte di analisti e politici come una sfida tra europeisti e sovranisti. Tuttavia sotto la superficie mediatica la trama politica appare ben più complessa e molto meno lineare di quanto la retorica lasci intendere.

Innanzitutto vi è una tendenza dell’opinione pubblica a sovrastimare l’importanza di questa tornata elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo che viene troppo spesso presentata come un fondamentale tornante della storia del continente. In realtà, per la struttura delle istituzioni europee, gli interessi nazionali pesano assai maggiormente dell’interesse europeo sintetizzato dal Parlamento. Ne consegue che il voto è forse più importante per pesare forze partitiche e rapporti di forza interni ai singoli Paesi che per gli indirizzi generali della politica europea. Inutile illudersi che il risultato elettorale, qualunque esso sia, possa scatenare un immediato Big Bang tale da cambiare radicalmente istituzioni e politiche europee.

In secondo luogo, seppur su sponde opposte, sovranisti ed europeisti condividono una serie di problemi.

Si è soliti affermare che un’alleanza tra i sovranisti non possa funzionare poiché i partiti nazionalisti avrebbero pochi interessi comuni e tenderebbero a rinchiudersi nel loro fortino nazionale invece di cooperare per riformare l’Unione europea. In quest’affermazione c’è senz’altro del vero perché i nuovi nazionalisti tendono ad esasperare le tradizioni politiche del proprio Paese aumentando le probabilità di attriti all’interno delle istituzioni europee. Ciò è valido in particolare per la strategia economica, nei Paesi mediterranei i nazionalisti spingono per politiche di maggiore spesa mentre quelli dell’Europa settentrionale ed orientale chiedono di rafforzare la disciplina fiscale, e per l’immigrazione, dove nessun paese guidato da sovranisti sceglierebbe politiche di solidarietà per l’accoglienza dei migranti.

Tuttavia, come la storia recente ha mostrato, gli europeisti non sono immuni dagli stessi problemi. Il presidente francese Emmanuel Macron ha presentato nell’ultimo anno e mezzo un pretenzioso piano di riforme che prevedeva una maggiore integrazione sul piano delle politiche fiscali, occupazionali, degli investimenti pubblici e della difesa. Le sue proposte sono state bocciate, o fortemente ridimensionate, in primo luogo dalla Germania. Le due maggiori potenze sono entrambe guidate da partiti europeisti eppure non sono riuscite a trovare l’accordo per riformare le istituzioni europee. La possibile condivisioni di rischi legati al debito pubblico è stata invece fortemente stroncata dall’Olanda (guidata da una grande coalizione centrista), dall’Austria e dai Paesi baltici. Inoltre l’Unione europea non è riuscita a trovare un accordo efficiente sulla redistribuzione dei migranti che tutt’oggi avviene ancora in maniera asimmetrica. La stessa Francia ha mostrato spesso un volto aggressivo proprio nel respingere i migranti alla frontiera con l’Italia. Da ultimo la Commissione non è neppure riuscita a completare l’Unione bancaria per i disaccordi tra gli Stati membri sulle regole comuni. Questa serie di fallimenti ha indebolito considerevolmente il messaggio europeista. Non è un caso che in questa campagna elettorale nessuno dei partiti della famiglia popolare e socialista difenda l’Unione europea per come è oggi. Tutto ciò apre un problema di credibilità per i partiti europeisti: difendere l’Europa dagli attacchi dei populisti sostenendo, al tempo stesso e dopo anni al governo dell’Unione, che questa deve essere profondamente riformata. In altre parole se i sovranisti hanno un problema di reciproca cooperazione, gli europeisti hanno un problema di legittimità.

Da ultimo questo schema mostra ulteriori crepe quando si osserva la mappa completa dei partiti europei. Esistono partiti tout court populisti, è il caso del Movimento 5 stelle, che non sono riconducibili pienamente entro le due categorie politiche. A sinistra ci sono Podemos e altri movimenti di sinistra, che non aderiscono al Partito socialista europeo, e vorrebbero spostare l’Unione europea verso politiche anti-austerity. Dunque la realtà è ben più sfaccettata della divisione bi-polare in cui generalmente si tende a dividere l’Europa.

Quali scenari aspettarsi? L’opzione più probabile resta quella della coalizione al centro, convergenza tra popolari, socialisti e liberali. Se da un lato resta la convergenza più semplice da realizzare dall’altro comporta un paio di problemi. Il primo è che probabilmente le forze europeiste perderanno voti e seggi rispetto al 2014 e la coalizione sarà numericamente più debole, e di conseguenza politicamente più assediata, di quella che ha governato sino ad oggi. Il secondo è che all’interno degli stessi gruppi europeisti esistono numerose spaccature che potrebbero emergere nel caso di un accordo al centro, soprattutto nel Partito popolare europeo dove sono sempre più numerosi i partiti che vorrebbero guardare a destra.

La seconda opzione è proprio quella di un accordo a destra tra popolari, conservatori e sovranisti. Le probabilità che ciò si verifichi sono ad oggi ridotte, ma un eventuale risultato di clamoroso successo per le destre potrebbe aprire il fronte della trattativa. In questo caso vi sarebbe il problema di tenere in piedi forze con programmi politici nazionalistici e la possibilità che il Partito popolare subisca una emorragia di voti proprio a favore degli alleati di governo. Insomma passerebbe la linea di una virata a destra dell’Unione europea che accrediterebbe i sovranisti come forza di governo. Un passaggio potenzialmente molto pericoloso per i popolari che porterebbero sulla sommità di Bruxelles i loro principali concorrenti.

Cosa invece ci si può aspettare sul piano delle riforme? Poco in entrambi i casi. Una coalizione centrista indebolita difficilmente potrebbe realizzare riforme istituzionali già tentate e fallite dagli stessi partiti. Una alleanza a destra avrebbe, come si è scritto, problemi di condivisione per un programma politico comune. In questo caso è assai probabile che alcune politiche, come la regolazione dell’immigrazione, possano essere totalmente nazionalizzate. E senza dubbio verrebbe neutralizzato qualunque tentativo di ulteriore integrazione. Comunque vada è molto probabile che si vada incontro allo status quo e ad una lunga transizione, sempre che non sopraggiungano a breve nuove crisi finanziarie. Dunque la mancanza di un interesse europeo, ed il proliferare d’interessi nazionali, impediscono all’Unione europea di progredire. Considerando che l’attuale struttura della governance europea non è adatta al proseguo dell’integrazione sembra strategicamente errato insistere sulla stessa via producendo stillicidio di riforme. L’unica via potrebbe essere una radicale revisione dei trattati verso una forma confederale più razionale, realistica e funzionale. Una strada che oggi, proprio per la complessità dello scenario, è ancora tutta da costruire. (Public Policy) 

@LorenzoCast89