Secondo Fca l’Italia ha bisogno del salario minimo

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ROMA (Public Policy) – “L’Italia, più di altri Paesi, avrebbe bisogno di una diretta definizione legislativa del salario minimo”. È quanto si legge in un documento depositato da Fca in commissione Lavoro alla Camera. L’azienda, nei giorni scorsi, aveva tenuto un’audizione sul tema in relazione ad alcune risoluzioni sull’argomento. “A nostro parere, un salario minimo per tutti i lavoratori, sicuramente necessario nel contesto italiano, non può che essere definito esclusivamente dalla legge, come l’esperienza internazionale insegna. Tale salario minimo rappresenterebbe inoltre la migliore e più solida tutela contro il fenomeno dei cosiddetti contratti pirata”, si legge ancora nel documento.

Fca, infatti, boccia l’ipotesi di prevedere la validità dei contratti collettivi anche ai lavoratori di settori scoperti, come proposto dai sindacati. “Il prevedere di risolvere le evidenti aporie dell’attuale sistema con l’attribuzione per via legale dell’efficacia erga omnes ai contratti collettivi di settore  in realtà non supera i problemi odierni e ne pone altri, molto rilevanti”, sostiene l’azienda.

 “Innanzitutto, la definizione del salario minimo per via della contrattazione nazionale pone un primo importante problema: la selezione, tra le centinaia di contratti collettivi nazionali esistenti, di quelli a cui affidare la tutela dei livelli retributivi minimi, ovvero della maggiore rappresentatività comparativa di alcuni rispetto ad altri”, sottolinea ancora il documento.

Fca, poi, affronta il tema, strettamente connesso, della rappresentatività delle parti sociali e della sua misurazione, che definisce “particolarmente delicato”. Infatti, “una certificazione a livello nazionale della rappresentanza sindacale (e datoriale) non esiste (o ha funzioni meramente sussidiarie) in alcuno dei principali Paesi più sviluppati (in taluni, come la Germania, essa è addirittura vietata). Ancora, essa ricorre solo nei sistemi con richiami corporativi dove i sindacati hanno una precisa funzione e struttura di natura pubblicistica, come in alcuni Paesi scandinavi. Se si volesse però seguire questa linea – evidenzia Fca – il sistema normativo italiano prevede una via, ed una soltanto, cioè l’applicazione integrale dell’articolo 39 della Costituzione, che, come è noto descrive e prescrive una unica procedura per raggiungere questo risultato. In ogni caso la misurazione della rappresentatività, oltre ad una serie significativa di concreti problemi attuativi, pone una delicata questione di principio: il perimetro della misurazione stessa”.

Secondo Fca, la rappresentanza sindacale deve essere valutata in riferimento “all’unico perimetro non arbitrario ed oggettivo: quello aziendale. In tal modo viene identificato e risolto anche l’altro problema che la contrattazione collettiva tradizionalmente presenta, l’ambito di applicazione soggettiva del contratto: la misurazione della rappresentatività dei sindacati che hanno sottoscritto un contratto collettivo in azienda consente l’attribuzione di efficacia erga omnes al contratto stesso, contratto ovviamente aziendale e non di settore”.

Fca quindi sottolinea l’esigenza che la rappresentatività dei sindacati non sia affidata a criteri arbitrari, come,  secondo l’azienda, i settori merceologici. Quello su cui Fca si dice contraria, quindi, è il combinato disposto dell’affidamento da parte del legislatore alla contrattazione di settore dell’individuazione dei minimi salariali e della relativa misurazione della rappresentanza sindacale. “Una normazione siffatta costruirebbe inevitabilmente una gerarchia delle fonti contrattuali (oggi non prevista dal nostro ordinamento), con al vertice il contratto di settore e in posizione subordinata e residuale il contratto aziendale”. Fattispecie che “minerebbe nel concreto l’autonomia (ed infine anche la legittimità stessa) del Contratto collettivo specifico di lavoro di Fca, che oggi si applica a circa 90.000 lavoratori. Infatti la selezione degli attori negoziali non verrebbe più lasciata al mutuo riconoscimento tra le parti, o alla effettiva rappresentatività aziendale dei soggetti, ma alla imposizione di un diverso ed incongruo perimetro di misurazione. Non solo, il nuovo ruolo di norma primaria, ricoperto dal contratto di settore gli attribuirebbe la facoltà di modificare a piacere la funzione e gli spazi dei contratti aziendali, di nuovo a gravissimo detrimento della libertà negoziale delle imprese, dei sindacati e dei lavoratori stessi”.

Fca definisce questa possibilità un “pericolo”, criticando quindi il ddl a firma Pd presentato in commissione Lavoro al Senato che attribuisce ad una commissione  istituita al Cnel e formata dalle parti sociali istituzionali, “la facoltà non solo di deliberare sul salario minimo ma anche sugli ambiti stessi della contrattazione, definendo ruolo e funzione dei diversi livelli contrattuali. Tutto ciò in palese violazione del primo comma dell’articolo 39 della Costituzione”. (Public Policy) FRA