Alla ricerca dell’opposizione perduta

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – Il ruolo delle opposizioni sarebbe quello di proporre un’alternativa, ma quando Virginia Raggi è stata assolta in molti nel Pd romano hanno tirato un sospiro di sollievo. “Non siamo pronti al dopo” è la tesi che circola tra i dem capitolini. Allo stesso modo, quando ieri la maggioranza gialloverde è andata sotto sul condono di Ischia, tra le fila delle opposizioni in pochi hanno sorriso.

Alcuni tra i parlamentari di Forza Italia sono rassegnati, consapevoli che l’unica via per tornare al governo è salire a rimorchio del treno sovranista della Lega, eventualmente spaccando l’accordo pentaleghista tramite l’insofferenza degli imprenditori del nord. Invece nel Pd c’è preoccupazione, non solo perché non si vede all’orizzonte un possibile maggioranza che li coinvolga, ma soprattutto per la debolezza dell’attuale offerta politica.

Se si tornasse al voto ora, in effetti, i sondaggi dicono che per i dem la situazione potrebbe perfino peggiorare, visto che i voti persi dai 5 stelle non vengono recuperati a sinistra. L’avversione a misure assistenzialiste e antisviluppiste diffusa nel Paese, infatti, viene raccolta a fatica dalle opposizioni.

Lo dimostrano le piazze di Torino e Roma, città amministrate dai grillini dove sono andate in scena due manifestazioni di protesta nate e organizzate al di fuori dei partiti, dei sindacati, delle organizzazioni sociali e di categoria. Non c’erano apparati, pullman, treni. Non c’erano bandiere politiche. Al massimo, i partiti hanno provato a mettersi in scia, ma quelle piazze restano senza rappresentanza politica.

Piazze di cittadini orfani dei partiti che chiedono più sviluppo, più Europa, più lavoro (e più treni e meno spazzatura). E di essere rappresentati da un’altra classe dirigente. Qualcuno sostiene sia necessario un nuovo contenitore. Ma in passato questi non sono mancati, a partire da Scelta civica e dallo stesso Pd renziano. Il punto è che la differenza non è nella scatola, ma nel contenuto.

L’esperienza di En Marche, con cui Macron ha conquistato l’Eliseo, ha dimostrato che in Francia sicurezza e terrorismo erano priorità come lo erano il lavoro, l’educazione e perfino l’Europa. Invece per troppo tempo i vecchi partiti – Pd renziano in testa – si sono messi a scimmiottare i populisti sul loro terreno, dimenticando che alla copia si preferisce sempre l’originale.

Eppure, alle opposizioni non mancano le occasioni di critica al governo, ma una proposta alternativa. Vedremo se il corteo organizzato da Forza Italia sabato a Torino dirà qualcosa di diverso. E vedremo se la Lega – che non a caso è tornata a puntare con forza sulle infrastrutture – riuscirà a conquistare anche quello spazio. Di certo, per adesso non c’è nulla di nuovo sul fronte occidentale, quello della sinistra.

I 380mila votanti al referendum dell’Atac, di cui 286 mila per il “sì”, sarebbero una base di partenza. Considerato che Giachetti nel 2016 prese 380mila voti e il Pd solo 200mila non ci sarebbe da fare gli schizzinosi. Eppure, il sostegno dem al referendum radicale è arrivato solo qualche giorno prima del voto.

Ecco, sarebbe curioso sapere se il Pd vuole mettere a gara o no i servizi pubblici locali (trasporti, utilities, acqua), ma anche se vuole fare le grandi opere, se sull’Ilva sta con Calenda o Emiliano, se vuole chiudere i negozi la domenica, che linea adotta sui migranti, sull’Europa, sul lavoro. Insomma, qual è l’idea di società e di futuro, se ce n’è una (sola). (Public Policy)

@m_pitta