Perché bisogna collegare i quattrini all’ambiente

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – Dopo la nuova, ennesima, conferenza sul clima (Cop 24), la domanda è sempre la stessa: come si concilia la crescita economica con la tutela dell’ambiente? La commissione Bilancio della Camera ha introdotto un bonus/malus ecologico per l’acquisto di autovetture nuove: se inquinanti si pagherà un’imposta dai 150 fino ai 3 mila euro; se green, invece, c’è un contributo fino a 6 mila. Un emendamento “ecologico” che rischia di prendere la questione dal lato debole, penalizzando il consumatore, mentre è la convenienza economica, che crea profitto e posti di lavoro, a dover essere incentivata.

La protesta dei gilet gialli in Francia dimostra quanto possa essere pericoloso e controproducente affrontare il tema alzando le tasse sui beni inquinanti. Per dire, anche il colpo di Stato di Pinochet in Cile cavalcò la rabbia contro il caro carburante. Insomma, ad aggredire il problema solo dal lato fiscale, senza mettere in connessione industria ed ambiente, si rischia l’effetto boomerang. E se talvolta la politica sembra ignorarlo, il gotha dell’economia mondiale, invece, sa bene che rendere i processi produttivi contemporaneamente vantaggiosi per il portafoglio e per l’ecosistema è fondamentale non solo per la sopravvivenza del pianeta, ma anche per quella dell’economia.

Tanto che ad una cena presso i Lloyds di Londra e non in un manipolo di ultrà ambientalisti, Mark Carney, governatore della Banca d’Inghilterra, ha terrorizzato la platea di assicuratori sostenendo che il cambiamento climatico e le conseguenti catastrofi naturali causano costi finanziari e assicurativi in grado di mettere in ginocchio l’economia mondiale. Ai piani alti della City è corso un brivido, che si è aggiunto alla preoccupazione che i 200 milioni di “profughi ambientali” vadano ad alimentare la fiamma sovranista. Per parlare del nostro Paese, poi, nell’industria assicurativa circola un report di Standard & Poor’s secondo cui, in caso di grande disastro naturale (con periodo di ritorno di 250 anni), l’Italia vedrebbe ulteriormente declassato il suo rating sovrano. Con tutti i rischi sul debito pubblico e sul sistema creditizio che ne conseguono.

Se non riusciremo a fermare surriscaldamento, desertificazione e inquinamento i danni di oggi saranno solo l’antipasto di quelli futuri. Il cambiamento climatico passa ovviamente per la tutela dell’ambiente, che però non si persegue con opzioni bonus/malus, provvedimenti spot, con l’estremismo dei “no” a tutto, con balzane idee di decrescita (in)felice, tassando i consumatori o costringendoli a rottamare macchine che potrebbero fare ancora migliaia di chilometri, ma investendo in tecnologie pulite, in innovazione dei processi produttivi, in nuove infrastrutture e industria di nuova generazione. Insomma, collegando i quattrini all’ambiente.

Tra l’altro, sono diversi i casi in cui l’ecologia è sinonimo di guadagno. Si pensi alle rinnovabili, alla manutenzione del territorio, all’auto elettrica, persino all’industria dei rifiuti (talvolta, magari non a Roma) e al cibo biologico. Non funzionano perché buoni e belli, ma perché generano ricchezza e posti di lavoro. Ecco, il metodo per coniugare ambiente e sviluppo è creare alternative vantaggiose per tutti. Anche perché è difficile obbligare qualcuno al limite della sopravvivenza a non usare la plastica perché inquina o vietargli di costruire una casa perché nei mattoni c’è l’eternit. (Public Policy)

@m_pitta