Twist d’Aula – La riforma del fisco, ovvero l’eterno ritorno dell’uguale

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – Eterno ritorno: prima ancora che Palazzo Chigi approvi la Nadef e finisca di abbozzare la legge di Bilancio, torna un’ipotesi di riforma fiscale. Simile alle precedenti. E che non sembra quindi poter riformare granché. Questa volta l’operazione dovrebbe essere in due tappe. La prima, già in manovra (così da avere i primi effetti già nelle buste paghe di gennaio), prevedrebbe la sostituzione del sistema degli scaglioni Irpef con una curva crescente di tassazione sul modello tedesco, così da favorire – dicono, nonostante in passato sia andata diversamente – i consumi. La seconda, tramite legge delega, una revisione del complesso delle deduzioni e delle detrazioni che vale fino a 75 miliardi. Ma anche qui, quello che esce dalla porta, rientra dalla finestra, perché dopo la “semplificazione” bisognerà già comunque aggiungere la lotteria degli scontrini, cashback, bonus bancomat, supercashback e chissà cos’altro. Ma soprattutto, ci sono due nodi fondamentali che sembrano passare in secondo piano. Uno che attiene alla sfera politica, al posizionamento di questa maggioranza. Un altro, assai concreto, che riguarda il rapporto tra italiani e fisco.

Che in Italia le tasse siano alte non c’è dubbio, ma non lo sono per tutti allo stesso modo. Vista la coperta corta bisognerebbe capire a chi è più opportuno ridurle prima. Questa riforma, pensata dai grillini per “rilanciarsi”, nel passaggio per i corridoi di via XX Settembre è diventata una palese operazione a favore dei lavoratori dipendenti. La stessa categoria che in questi anni è stata favorita prima con il bonus 80 euro, poi con la sua estensione prevista nell’ultima legge di Bilancio per i redditi fino a 40mila euro, per una spesa annua totale di circa 12 miliardi. E questo nonostante, come dice Bankitalia, solo piccola parte di quei soldi si è tradotto in consumi. E, soprattutto, dimenticando chi un reddito non lo ha proprio, chi lo ha solo fino a 8 mila euro, chi lavora con contratti atipici o le partite Iva che in questi mesi non hanno fatturato. Insomma, tutelare chi è già tutelato non sembra una mossa esattamente “progressista”. Curioso che le critiche alla proposta arrivino “da destra”, cioè da Italia viva, più che “da sinistra”.

C’è poi un tema generale. L’evasione fiscale in Italia ha carattere strutturale e dimensione monstre, pari ad almeno 110 miliardi l’anno, a cui aggiungere quasi 80 miliardi di lavoro nero e la parte criminale, quindi non recuperabile. Tuttavia, dei 21 milioni gli italiani in debito con Equitalia, il 53% lo è per meno di mille euro. Segno che più che un “popolo di evasori”, siamo un popolo che ha difficoltà a rapportarsi con il fisco (o viceversa). E che il fisco non aiuta. Per gli adempimenti tributari in Italia serve il 55% di ore lavorate in più rispetto ai concorrenti europei (Corte dei conti), obblighi che pesano per il 4% del bilancio (Confindustria). E, soprattutto, solo un folle preferisce avere 10 diversi adempimenti diversi per pagare 100 euro – come in Italia – invece che uno, semplice e chiaro. Ma questo è quello che succede.

Purtroppo la semplificazione non sembra essere tra le priorità. Eppure le norme fiscali sono stratificare, intrecciate, astruse anche per gli addetti ai lavori e applicate con qualche eccesso, invertendo l’onere della prova per cui è il cittadino che deve provare la sua onestà. E anche adesso la storia si ripete. Non solo, vengono tralasciate le fasce con redditi più bassi e meno sicuri a favore di quelli con un contratto stabile. Per cui, più che una riforma, al momento pare si stia andando verso una conferma. Anche perché con il Recovery Fund non si possono abbassare le tasse e pensare di farlo con “la lotta all’evasione” è una chimera, come l’esperienza ci ha dimostrato. Eterno ritorno dell’uguale, comunque vada, il fisco resterà lo stesso. Così va la vita. (Public Policy)

@m_pitta