Twist d’Aula –  Se “contratto” sarà, sarà aleatorio

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(foto DANIELA SALA/Public Policy)

di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – Se “contratto” sarà, sarà un “contratto” aleatorio. Perché le trattative tra Lega e 5 stelle, oltre che sui ministeri da assegnare, sono focalizzate su temi che rischiano di essere solo pezzi di un puzzle di cui non si conosce il disegno complessivo.

La versione rivisitata del reddito di cittadinanza, la riforma della legge Fornero, i migranti, la flat tax non possono che essere parziali variabili dipendenti da inserire di un andamento economico che appartiene ad altra categoria, che è indipendente, internazionale, ormai storicizzato

Il trend, in fondo, è noto e costante da vent’anni: se il mondo cresce, non arranchiamo; se invece rallenta, noi affondiamo. Dati confermati dall’Fmi, che ha certificato che se nel 2017 l’economia è cresciuta molto bene a livello globale (+3,7%) e discretamente nell’area euro (+2,85%), molto meno bene è andata da noi (+1,5%). E, con il rallentamento globale, noi freneremo ancor di più.

Le audizioni sul Def nelle commissioni speciali, poi, non sono state per nulla incoraggianti. Potrebbe esserci una riduzione delle stime già quest’anno, mentre per il 2019 e il 2020 ne abbiamo la certezza. Inoltre, nella Sala del Mappamondo l’Ufficio Parlamentare di Bilancio ha ricordato che a breve Bruxelles ci chiederà una correzione di cinque miliardi già sul bilancio di quest’anno. Prepariamoci.

Se non bastasse, l’Istat ha ricordato che gli italiani in povertà continuano ad aumentare, arrivando a 5 milioni e 261 mila individui, l’8,3% della popolazione, in aumento rispetto al 7,9% del 2016 e al 4% del 2008. Difficile stupirsi poi che la gente non creda alla “narrazione”, assurdo sostenere che non si è riusciti a “spiegare le cose”.

Comunque, altro perenne nodo irrisolto, poi, è il debito pubblico. È vero che la durata media è stata allungata oltre i sette anni, che lo scudo di Draghi continuerà a proteggerci per un po’ e che parte consistente dei bond è stata emessa in un contesto di bassi tassi di interesse, ma è pur vero che su ogni italiano, neonati compresi, pesa sempre un fardello di circa 38 mila euro, pari a oltre 2.300 miliardi complessivi.

Il vicedirettore generale della Banca d’Italia, Luigi Federico Signorini, sempre in audizione sul Def ha paventato un rischio di liquidità per il nostro Paese, ma ha anche elencato 27 episodi di riduzione del debito verificatisi tra il 1980 e il 2016. Tutti grazie all’avanzo primario.

Ora, a parte che tale surplus viene da 20 anni trascinato in negativo (a parte il 2011) dagli interessi passivi, in un micidiale effetto vertiginoso in cui il debito crea altro e maggiore debito, la realtà è che senza inflazione e senza crescita l’avanzo primario serve a poco. Anzi, può avere effetti recessivi.

Allora, è evidente che per ricondurre il debito al 100%, come da ambizioni di Bankitalia, la politica economica non può andare avanti a passi sparsi nella notte, ma quantomeno provare a trovare una strada. Prima di inserire le tessere del mosaico, si dovrebbe provare a disegnare la figura intera.

Il Quirinale non può essere la sola garanzia sufficiente. Perché non bisogna solo arginare le tensioni geopolitiche e i relativi effetti collaterali (il rialzo del prezzo del petrolio e una guerra commerciale planetaria), ma sciogliere nodi irrisolti da trent’anni: produttività totale dei fattori, competitività, innovazione. In tutte le declinazioni concrete che riguardano fisco, burocrazia, giustizia, cuneo fiscale, e avanti così.

In fondo, se dovesse davvero essere cambiamento, non si tratta di sforare i vincoli europei, che anzi è cosa vecchia, già vista, già fatta. Si dovrebbe quantomeno provare a trasformare la spesa pubblica da improduttiva a investimenti in conto capitale. Su questo si, sarebbe da firmarci un patto, un’intesa, ‘un’alleanza, un trattato, una convenzione, un concordato. Perfino un contratto. (Public Policy)

@GingerRosh