Twist d’Aula – Solo un miliardo nel dl Liquidità. L’Italia non si salva da sola

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – Andare per uno, letteralmente un miliardo. Il decreto Liquidità, arrivato in Gazzetta dopo le consuete trafile e che dovrebbe mobilitare fino a 400 miliardi di euro, sconta diversi colli di bottiglia: procedure farraginose, automatismi minimi, molti requisiti e molte variabili per l’erogazione del credito. Ma, soprattutto, la pressoché totale assenza di risorse. A leggere il testo, infatti, all’articolo 14 è scritto nero su bianco che, per il 2020, lo Stato ci mette, di soldi veri, un solo miliardo.

È evidente che risorse non ce ne sono già più. Tanto che anche i 30 miliardi da riservare come garanzia per i prestiti ad autonomi e imprese peseranno solo sul saldo netto a finanziare, mentre si andrebbero poi a convertire in debito solo nel caso i prestiti non dovessero essere restituiti. Lo stesso principio di azione, ispirato a meccanismi contabili più che all’uso vero e proprio di risorse, vale anche per il rinvio delle scadenze fiscali, i prestiti garantiti da Sace e quelli relativi al Fondo di garanzia.

A Palazzo Chigi, dai piani bassi, fanno trapelare che con una tale scarsità di risorse non c’erano molte altre soluzioni per garantire “liquidità”. Ora, pur ammettendo che fosse possibile fare meglio, la sostanza sarebbe cambiata poco, perché non si fanno le nozze con i fichi secchi. E se anche i fondi dovessero aumentare con maggiore ricorso al debito – legittimo e sensato in un momento come questo – è necessario che poi qualcuno quel debito se lo compri. Per questo la partita europea è decisiva, visto e considerato che, ad oggi, stiamo tenendo botta proprio grazie all’Europa.

Anche se non sembra, sono molte le misure messe in campo. E non solo quelle decise ieri sera dall’Eurogruppo. La Commissione ha sospeso fin da subito vincoli del Patto di Stabilità. La Bce ha ampliato a 750 miliardi gli acquisti di titoli di Stato, comprando, solo a marzo, bond italiani pari a sei volte più del normale (ovviamente più di tutti in Europa). E Francoforte ha poi stabilito che accetterà come collaterali anche titoli di debito “junk” (come quelli italiani, qualora arrivasse un ulteriore downgrade delle agenzie di rating). E ha già rimosso il limite del 33% sugli acquisti verso altri Paesi. La Bei, inoltre, è pronta a sostenere prestiti alle Pmi partendo da 25 miliardi, non da uno solo. Ma, certo, tutto questo potrebbe non essere sufficiente.

Sicuramente lo sarà nel medio e lungo periodo per l’Italia. Senza citare le complicazioni burocratiche e le lentezze nell’erogazione dei fondi, gli altri Paesi hanno tassi di crescita da anni migliori dei nostri, mentre noi eravamo già in recessione tecnica prima della pandemia. Ecco che, anche creando nuovo debito, bisognerà pur sempre piazzarlo sui mercati, trovando chi sia disposto a scommettere sull’Italia, sulla sua capacità di tornare a crescere. Come minimo una puntata azzardata. Non ci scordiamo che gli altri Paesi in zona Ue hanno margini di bilancio assai più ampi dei nostri e, quindi, maggiore capacità di spesa. Tanto è vero che, dopo i 25 miliardi del ‘Cura Italia’, nel decreto Liquidità ne è rimasto uno solo. Un po’ poco per una crisi di questo genere. Specie se, come dice Draghi, bisogna agire con rapidità e forza. Qualità che, evidentemente, al momento non abbiamo. Come non abbiamo soldi. Difficile dire e pensare che l’Italia possa salvarsi da sola. (Public Policy)

@m_pitta