Twist d’Aula – Un Paese povero abitato da gente ricca

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – Va bene? Va male? Di fronte ai numeri dell’economia italiana che hanno infranto positivamente ogni previsione (+10.9% nel biennio, meglio di tutti in Europa) possiamo guardare fiduciosi al 2023? D’altra parte è stato un anno di guerra, crisi energetica, tensioni internazionali, ma l’Italia cresce più della Cina per la prima volta in quarant’anni. Oppure siamo di fronte ad un fisiologico rimbalzo dopo aver perso 8,9 punti di pil nel 2020 e dopo un ventennio di crescita anemica? Insomma, questi successi sono casuali, un irripetibile allineamento degli astri, oppure siamo di fronte ad un trend stabile? Una risposta che dipende anche da cosa farà il Governo.

Comunque, a guardare al prossimo anno (quasi) tutte le stime sono tendenzialmente negative e vengono progressivamente riviste al ribasso. L’Istat aveva inizialmente previsto +1,9% e adesso dice +0,4%. Il Governo +2,3% nel Def di aprile e poi +0,6% nella Nadef di settembre. La Commissione europea ha tagliato da +0,9% a +0,3%. Confindustria da +1,6 a zero. Ancora più pessimista Moody’s che da una crescita zero ipotizzata a luglio è passata a pronosticare -1,4% a novembre. Eppure c’è Fitch che la vede in maniera opposta e da un calo dello 0,7 ipotizza ora una perdita di “solo” quattro decimali. Ma quella dell’agenzia di rating non è l’unica anomalia.

Per l’anno in corso tutte le stime sono state riviste al rialzo. E non di poco. Faremo probabilmente +3,9 nel 2022: Bruxelles prevedeva +2,4%, l’Istat 2,8%, Confindustria 1,9%. Nel 2021 è successo qualcosa di simile, con il Governo di Draghi che ad aprile ipotizzava +4,5% mentre a consuntivo siamo arrivati a +6,7%. C’è da chiedersi cosa sarebbe successo senza conflitto in Ucraina e inflazione galoppante e c’è da chiedersi se anche nel 2023 ci saranno sorprese positive. La vitalità del tessuto economico era riscontrabile già dall’estate 2020 quando la nostra industria, una volta rimosso il “vincolo esterno” del Covid, ha ottenuto risultati brillanti. Certamente le imprese, dopo aver perso un quarto della produzione industriale in 20 anni, hanno subito una severa selezione “darwiniana” che ha reso più forti quelle che non sono state uccise.

Ma oltre al risultato della manifattura, con investimenti in macchinari ed esportazioni ancora aumento, la crescita in questi due trimestri è trainata dal comparto dei servizi con i consumi delle famiglie più alti delle previsioni. Risparmio accumulato durante le chiusure pandemiche? Voglia di riprendersi la vita? Paradossale per un Paese dove i poveri sono milioni e l’inflazione intacca la capacità di spesa dei redditi bassi, ma turismo e ristorazione vanno a gonfie vele (chiediamo a Berlusconi se i ristoranti sono pieni). Come è possibile? Oggettivamente siamo un Paese progressivamente sempre più povero – la nostra posizione nel ranking del pil mondiale continua a scendere – ma abitato da gente ricca. O almeno, da un ampio segmento di persone che mantengono il loro status mentre il pil procapite declina inesorabilmente. La metafora dei polli di Trilussa calza a pennello.

Tuttavia c’è anche un altro elemento che bisogna considerare per spiegare le performance di questo biennio: quello della fiducia e forse la sfida del 2023 per il Governo Meloni risiede proprio qui. L’Esecutivo Draghi in venti mesi non ha potuto certo cambiare il Paese e qualcosa è stato fatto bene, qualcos’altro meno. Ma non c’è dubbio che il clima nel mondo delle medie e grandi industrie (quelle piccole meno) è stato attraversato da una grande fiducia che ha spinto investimenti e spesa. Sarà il Governo Meloni in grado di non disperdere questo capitale di fiducia? E sarà possibile continuare a sostenere una domanda interna inaspettatamente vivace?

Ci sono alcuni altri fenomeni oggettivamente positivi: il debito delle aziende si è ridotto mentre è aumentata la liquidità (+100 miliardi negli ultimi mesi, per un totale di 420 miliardi secondo Bankitalia), la produttività cresce, il credito bancario è disponibile, le sofferenze sono passate da quasi 200 a 20 miliardi, il processo di trasformazione tecnologica guidato da Industria 4.0 è palpabile. Anche gli investimenti sono tornati a crescere per merito del Pnrr. Ecco, si può essere ottimisti? A giudicare proprio dalle opinioni di chi segue l’esecuzione del Recovery… forse no. Tanto più che abbiamo avuto alcune botte di fortuna, come le buone performance dei mercati di destinazione del nostro export. Tuttavia il fatto che il Governo si sia agganciato alla linea economica di Bruxelles rappresenta una sorta di assicurazione per il mondo imprenditoriale. Anche qui, congiunzione astrale o nuovo trend di una destra cambiata sia nella forma che nel contenuto? (Public Policy)

@m_pitta