di David Allegranti
ROMA (Public Policy) – “Il Pd non è mai stato così unito dalla sua nascita”, ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein, ospite del convegno organizzato da Stefano Bonaccini, capo di Energia popolare e neo-schleiniano dopo la sconfitta alle primarie di quasi tre anni fa, a Napoli. In effetti la segreteria Schlein ha ottenuto un risultato senz’altro invidiabile rispetto ai precedessori: la fine del dibattito pubblico nel maggior partito di centrosinistra. Fare il segretario del Pd è un mestiere usurante; almeno, lo era un tempo, quando chiunque – parlamentare, capo corrente, aspirante segretario eccetera – sfruttava ogni occasione utile, da un’intervista a un post sui social, per mettere in discussione la linea politica del segretario di turno. Schlein è riuscita a tacitare questo fermento, alla ricerca di una testarda unitarietà, allargata poi al resto della coalizione. Il Pd non può più fare a meno di M5s e Avs in vista delle elezioni politiche, non fosse altro per una banale questione di numeri. C’è poi una corrispondenza d’amorosi sensi che si è venuta a creare con il partito schleiniano e i suoi alleati.
Schlein ha dunque costruito un Pd a sua immagine e somiglianza, insieme a tutti quelli che non facevano parte del Pd (Marta Bonafoni, Igor Taruffi, Marco Furfaro, eccetera). La segreteria nazionale è d’altronde rappresentativa della volontà schleiniana: la segretaria ha voluto mettere ai vertici dirigenti che niente c’entravano con la storia politica del maggior partito di centrosinistra. Tuttavia, i riformisti del Pd – quelli che non hanno seguito Bonaccini e sono rimasti a fare opposizione a Schlein – non hanno intenzione di rompere e di uscire. Forse il Pd ha già dato abbondantemente con le scissioni e le contro scissioni.
E in più mancano le alternative. Matteo Renzi, che pure rimane politicamente il più attrezzato, ha da tempo perso credibilità. Carlo Calenda dialoga con Forza Italia, è anche andato al convegno a Milano per commemorare i 32 anni dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi. Fare dunque un partito nuovo non avrebbe molto senso, anche se l’idea di una nuova Margherita ogni tanto continua a titillare i riformisti del Pd. Ma non solo loro. Renzi lo dice apertamente da tempo: la nuova Casa Riformista, che sta prendendo il posto di Italia viva, è una “Margherita 4.0”, “capace di aiutare il centrosinistra a vincere le elezioni politiche del 2027”. Il sottinteso è però evidente: non ci sono altre operazioni centriste possibili, non ci sono altre iniziative liberal-democratiche, perché solo io, Renzi, posso aiutarvi a vincere. Altri spazi non ce ne sono, figuriamoci Calenda, spesso accusato di intendersela troppo con il Governo Meloni (ora per via del dialogo con Forza Italia).
Questa idea della “nuova Margherita” comunque circola da tempo. Qualcuno però sembra avere idee diverse su come realizzarla. Come l’ex deputato del M5s (e ministro nel Governo Conte II) Vincenzo Spadafora, che in una recente intervista a Domani ha detto di essere pronto per una costituente civica che metta insieme sigle e partitini: “Non si può riproporre il passato. Nella Margherita c’era un leader credibile, Francesco Rutelli, che aveva fatto bene il sindaco di Roma e aveva 50 anni. Oggi si tratta di uscire dai personalismi. Incontriamoci tutti a settembre 2026, facciamo nascere il nuovo soggetto, con una Costituente di persone di tutta Italia, rappresentative delle nostre comunità. Lì voteranno chi rappresenti il soggetto che nascerà. Senza decisioni prese a tavolino”.
Spadafora ha appena lanciato a Roma la sua associazione, “Primavera”, alla presenza di Ernesto Maria Ruffini, Alessandro Onorato e Silvia Salis, pronti a dare assalto al Palazzo all’insegna della civicità. Asciutto il commento di Filippo Sensi, senatore del Pd e riformista non bonacciniano: “Essendoci passato – a differenza di molti tra gli odierni corifei – più che alla Margherita, mi pare oggi si guardi all’Asinello. Chissà che ne pensano i protagonisti di allora”. (Public Policy)
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