Se gli unici che il Governo ascolterà saranno (paradossalmente) i mercati

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di Lorenzo Castellani

ROMA (Public Policy) – Negli ultimi giorni la manovra economica del Governo, che prevede un rapporto deficit/Pil al 2,4%, ha incontrato le critiche di istituzionali nazionali, Banca d’Italia, Inps e Ufficio parlamentare di bilancio, e internazionali, Fondo monetario internazionale, Banca centrale europea, Commissione europea.

Molti commentatori si sono mostrati sorpresi di fronte alle reazione dell’Esecutivo italiano che, al momento, sembra non curarsi dei rilievi di tali istituzioni e ha dichiarato, per bocca dei suoi vertici, di voler procedere con le misure scritte nel Def. Di fronte all’opposizione delle istituzioni, oggi più forte e potenzialmente più pericolosa per i partiti di maggioranza di quella politica, il Governo ha agitato lo spettro del complotto, della speculazione, della politicizzazione avversa e, nel caso europeo, della coartazione degli interessi italiani.

In realtà l’atteggiamento dei partiti anti-establishment ed euroscettici che governano in Italia era prevedibile. L’offerta politica di Lega e Movimento 5 stelle nella scorsa campagna elettorale è stata tutta basata sulla contestazione della legittimità delle istituzioni nazionali e sovranazionali. Sono anni che i due partiti sfidano, a livello retorico e di proposta politica, la “logica della disciplina” sui conti pubblici imposta dalle istituzioni non elettive. Le frasi dei due vicepremier e leader politici, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, appaiono contrarie ad un appropriato linguaggio istituzionale ma esprimono un punto politico chiaro: contestare la legittimazione delle istituzioni che possono influenzare dall’esterno le politiche del Paese. Contestare, in altri termini, il vincolo esterno che grava sull’Italia.

Tutto ciò fornisce uno spaccato dell’offerta politica sovranista spesso poco sottolineato e cioè che al centro del messaggio delle nuove forze politiche c’è una strategia di delegittimazione delle istituzioni non elettive, sia italiane che estere. L’obbedienza e la lealtà verso questi poteri, che si pronunciano sulle scelte economiche del Governo, non è più dovuta, secondo gli attuali governanti. Nella logica dei leader di maggioranza queste istituzioni vengono percepite dall’elettorato come agenti esterni che violano con troppa disinvoltura sia la sovranità nazionale che le scelte democratiche dell’elettorato. Le parole di Di Maio sulla Banca d’Italia e quelle di Salvini sulla comunità europea sono la traduzione pratica di questa strategia.

Questo atteggiamento è sintomatico di una più ampia crisi di legittimità che investe le istituzioni nazionali e sovranazionali. Anni di diffusa crisi economica, finanziaria e scandali bancari (in Italia) hanno gettato molte ombre, agli occhi dei cittadini, su questi corpi politici non elettivi che dovrebbero frenare e controllare le decisioni di politica pura. Si è materializzata, di conseguenza, un’offerta politica di successo che ha intercettato questa mancanza di fiducia verso tali istituzioni. Non è un problema da poco poiché il sistema globale, capitalista, in cui le nostre società sono immerse sono incardinate all’interno di questo labirinto istituzionale a più livelli. Nel momento in cui la legittimità delle stesse viene meno la democrazia rischia di valicare l’argine dei contropoteri non elettivi.

Ciò conduce a due rilievi conclusivi. La prima è la divaricazione tra le nuove élite politiche italiane e quelle europee e tecnocratiche internazionali. Siamo nel corso di una transizione politica che è ancora a macchia di leopardo. Elettoralmente, infatti, il vecchio ordine è stato superato nel nostro Paese, ma a livello istituzionale permane ancora la cultura che c’era prima dell’arrivo dei populisti al Governo. Ciò crea una tensione continua e una senso di precarietà nei rapporti tra poteri elettivi e non, nazionali e sovranazionali. Nei prossimi anni, quando le nomine politiche in questi enti verranno eseguite dall’attuale maggioranza, sarà possibile valutare se questo contrasto sull’indirizzo economico potrà essere risolto o meno, ferme restando le funzioni di controllo di tali istituzioni e la separazione dei poteri. Lo stesso può dirsi per l’Unione europea dove i risultati delle prossime elezioni potranno confermare o meno l’attuale maggioranza che la governa. In altre parole vedremo se la distanza tra le istituzioni e la maggioranza politica sarà colmata oppure se, al contrario, la divergenza si amplierà.

La seconda questione è legata a chi, escludendo queste istituzioni, possa condizionare il processo decisionale del Governo. Di fatto l’unica istituzione che pare capace di persuadere i governanti sembrano essere proprio i mercati internazionali, ed indirettamente la Bce, da cui dipende il finanziamento del debito pubblico italiano. Uno spread eccessivamente alto nelle prossime settimane, come ha notato il ministro Paolo Savona, potrebbe implicare un ripensamento delle misure poste nella manovra. Saranno gli operatori finanziari, più che la Commissione europea, il Fondo monetario internazionale o la Banca d’Italia, a segnare la linea oltre la quale la politica dei partiti populisti non può avanzare, pena pesanti ripercussioni economiche e sociali. (Public Policy)

@LorenzoCast89