E se il ‘Centro’ rinascesse grazie alla riforma penale?

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di David Allegranti

ROMA (Public Policy) – La riforma del processo penale è stata appena licenziata dal Consiglio dei ministri, fra mille e una perplessità dei 5 stelle, e il 23 luglio arriverà in aula. Sulla questione giustizia Mario Draghi non intende perdere tempo. Lo testimonia anche la visita, insieme alla ministra Marta Cartabia, alla casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere. Tutt’altro che un simbolo, come qualcuno frettolosamente l’ha definito. C’è molto di più. D’altronde c’è troppo in palio – come i denari del Pnrr legati anche alla velocizzazione dei processi, penale e civile – per aspettare che i partiti trovino una loro armonia ideologica. Un chiaro messaggio anche per il M5s, alle prese con malesseri speciali contian-bonafediani, che per Draghi vanno risolti in fretta.

La giustizia è il vero primo terreno di scontro della maggioranza, nonché quello che potrebbe ridisegnare l’asse politico del sistema dei partiti. E se infatti proprio sulla giustizia trovasse nuova vitalità il Centro, spesso bistrattato per snobismo dai partiti mainstream ma essenziale per l’equilibrio istituzionale, soprattutto a pochi mesi dalla scelta del successore di Sergio Mattarella? Le manovre, come si vede, sono in corso. Matteo Renzi, ininfluente nella società con un partito del 2 per cento, è strategico nell’equilibrio parlamentare, anche in vista dell’elezione del presidente della Repubblica, e ha già iniziato un’opera di puntuale logoramento. Sta pensando di firmare il referendum sulla giustizia promosso dai Radicali e sostenuto dalla Lega, certo, ma come non notare anche l’operazione disturbo sul ddl Zan, che sta creando non pochi problemi al Pd, il cui segretario Enrico Letta ne ha fatto una battaglia identitaria che può solo vincere (guai a perderla)? In entrambi i casi – giustizia e legge Zan – Renzi punta a riscuotere il consenso dell’area centrista, i cui voti con la crisi di Forza Italia sono in libera uscita.

Operazione analoga sta cercando di farla anche Matteo Salvini, al quale forse il ruolo di sovranista – in competizione diretta con Giorgia Meloni – rischia di stare stretto. Attenzione però, osserva Gianfranco Rotondi, il Centro può anche risorgere sulla riforma della giustizia “ma sarà presentato come un riflesso di una area afflitta da problemi personali”. E naturalmente a presentarla così saranno i 5 stelle, che già non vedono l’ora di ostacolare non solo la riforma Cartabia ma anche di rallentare la loro progressiva marginalizzazione. Sicuramente, una eventuale rinascita del Centro, proprio a partire dalla giustizia, che interessa storicamente i moderati, metterebbe in difficoltà anche la fragile alleanza Pd-M5s, che difficilmente potrebbe dialogare con l’opzione liberale, il cui condominio – va detto – è molto affollato di generali ma poco consistente come milizie.

Anche la battaglia sul ddl Zan, come spiegavamo poc’anzi, porta con sé numerosi corollari centristi. La Chiesa, che sul ddl Zan ha preso una posizione netta, ha naturalmente bisogno di un interlocutore istituzionale, che stia al Governo sì ma anche in Parlamento. Draghi è il presidente del Consiglio, ma non ha un partito. Matteo Renzi, Silvio Berlusconi e Matteo Salvini non sono presidenti del Consiglio ma hanno dei partiti da offrire. Questo garantisce una solidità parlamentare – di presenza nei luoghi dove le cose accadono – che Draghi al momento non ha. Ha la sua storia, il suo curriculum, anche il suo carisma, ma nelle commissioni e in aula sono i partiti a praticare il gioco parlamentare. Per questo l’area centrista gioca un ruolo fondamentale nelle varie riforme che da qui ai prossimi mesi si affacceranno.

La domanda però è: qualora dovesse risorgere, sarebbe un Centro che guarda a destra o a sinistra? Forse è prematuro azzardare una risposta adesso, ma senz’altro si può dire che il frontismo di Letta & soci, compresi i soci grillini, è destinato a scacciare il ceto dirigente moderato, troppo preoccupato dal giustizialismo grillino, al netto delle pelose scuse di Luigi Di Maio, e dall’inaffidabilità della sinistra, che in questi mesi ha mostrato spesso di essere subalterna culturalmente al populismo dei 5 stelle. Sono tutte questioni note a Italia viva, il cui leader non a caso cerca di trovare, insistentemente, il punto di rottura anche psicologico della “casa comune” (copyright Dario Franceschini) Grillo-Pidì. L’innesco potrebbe essere il dialogo costante, dalla giustizia al ddl Zan, con la Lega di Matteo Salvini. (Public Policy)

@davidallegranti