Come stanno le banche in Italia?

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di Pietro Monsurrò

ROMA (Public Policy) – I due Rapporti sulla stabilità finanziaria di Banca d’Italia del 2017 (uno e due) mostrano un quadro in miglioramento per le banche italiane.

È lecito avere dubbi su questo cauto ottimismo – se le notizie fossero cattive, il rischio di precipitare una crisi sarebbe sufficiente a creare incentivi ad edulcorarle, e in passato la vigilanza è stata meno che credibile – ma la crisi parrebbe alle spalle. I crediti deteriorati sono in diminuzione, dopo un aumento esplosivo con la crisi: molti sono stati impacchettati e rivenduti a prezzi di saldo.

La leva finanziaria (il rapporto tra attività e capitale proprio, un indicatore di rischio) è anch’essa in diminuzione, sebbene ancora elevata. I margini operativi (la redditività della banca) sono tuttora ridotti ma in aumento, attraverso la riduzione del personale e del numero di filiali, e un aumento delle commissioni a carico dei clienti. La situazione sembra dunque migliorata, anche se la strada da percorrere è ancora lunga.

Purtroppo gran parte delle buone notizie sembra essere ciclica e non strutturale. La situazione finanziaria dello Stato rimane un problema: banche e governi sono strettamente connessi, e le banche difficilmente sopravvivrebbero senza garanzie pubbliche. Lo Stato italiano è in condizioni di fragilità per via del suo debito (e della stagnazione economica), e non è molto credibile come fornitore di garanzie. Questo problema è stato ridotto dal fatto che c’è ora la Banca centrale europea, ma non è trascurabile, se non altro perché la storia dell’euro dal 1999 al 2010 ha dimostrato che queste garanzie invogliano banche e Stati membri a comportarsi scriteriatamente.

Il debito pubblico inoltre aumenta la probabilità e la gravità delle crisi fiscali. Di fronte ad una crisi, come nel 2011, la risposta del Governo italiano è aumentare le tasse e smettere di pagare i fornitori. Questo significa che ogni crisi riduce la competitività del sistema italiano, manda sul lastrico migliaia di aziende, e aumenta la quantità di crediti deteriorati delle banche, anche verso aziende che senza strette fiscali e senza clienti inaffidabili non avrebbero avuto problemi. Entrambe i fattori sono ciclici, e quindi le buone notizie di Banca d’Italia sono legate alla congiuntura internazionale, che ha ad esempio portato ad un aumento delle esportazioni. Dovesse esserci un rallentamento, il meccanismo infernale di minori entrate, maggiori uscite, maggiori tasse, e maggiori debiti sui fornitori potrebbe riportare l’Italia in una situazione simile al 2011.

Al momento non ci sono motivi per ritenere che la crisi sarebbe ugualmente grave, salvo il rischio politico che al Governo vadano ammiratori di Maduro o Mugabe, ma ad accumulare squilibri strutturali si fa sempre in tempo. C’è poi un fattore di governance: le banche italiane sono politicizzate, sia a livello di Consigli di amministrazione che di dirigenza. Uno studio, “Politicians on board! Do political connections affect banking activities in Italy?” mostrava come nelle banche cooperative la presenza di politici in ruoli esecutivi corrispondeva a interessi maggiori, prestiti di qualità inferiore, e minore efficienza.

Purtroppo la presenza dei politici nel sistema bancario italiano è inevitabile: chi crederebbe mai che i politici riformino il sistema bancario per ridurre il loro potere? Influenzare le banche è comodo, per far arrivare prestiti a questo o quell’altro, per finanziare attività che poco hanno di economico ma con ritorni politici, per assumere potenziali elettori o supporters, per avere una fonte di reddito extra, etc. La riforma della governance del sistema bancario italiano è quindi inverosimile, se non altro perché il problema è bipartisan. (Public Policy)

@pietrom79