Conte ha parlato di banche: il progetto su popolari e bcc

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banche bcc

di Viola Contursi

ROMA (Public Policy) –Durante la sua replica nell’aula della Camera, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha annunciato un’intenzione che, contratto M5s-Lega alla mano, è una novità: “Sicuramente – ha detto – ci sarà una revisione dei provvedimenti sulle banche di credito cooperativo e banche popolari, soprattutto per quelle più integrate sul territorio: per recuperare la loro funzione che aiuta molto il tessuto produttivo”. Una ‘bomba’ che ha subito messo in allarme in particolar modo il mondo del credito cooperativo che, dopo un lavoro di due anni, ha da poco formalizzato la creazione delle due capigruppo sotto le quali verranno riunite le Bcc italiane.

Non una novità comunque, visto che, come anticipato da Public Policy, la Lega poco dopo le elezioni del 4 marzo ha presentato sia alla Camera che al Senato due risoluzioni, la prima a firma Alberto Bagnai, chiedendo uno stop alla riforma del Credito cooperativo, così come pensata dal Governo Renzi. Un proposito che non è stato trascritto nel contratto di Governo, ma che Conte ieri ha ritirato fuori dal cilindro.

In attesa che si formalizzino quindi le proposte del nuovo Governo su come scardinare le due riforme della passata legislatura, vediamo nel dettaglio cosa hanno previsto i due decreti varati dal Governo Renzi nel 2015 (per le Popolari) e nel 2016 (per le Bcc).

POPOLARI

La riforma varata dal Governo Renzi nel marzo del 2015 ha previsto che le dieci grandi banche popolari italiane con attivi sopra gli 8 miliardi di euro (Ubi Banca, Popolare Emilia Romagna, Popolare di Milano, Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Popolare di Sondrio, Credito valtellinese, Popolare di Bari e Popolare dell’Etruria e del Lazio) si trasformassero obbligatoriamente in Spa entro 18 mesi dall’emanazione, da parte della Banca d’Italia, di un regolamento di attuazione della riforma.

La riforma ha previsto che queste popolari potessero, con maggioranza semplificata (in seconda convocazione col voto favorevole dei 2/3 dei presenti in assemblea) cambiare lo statuto (con voto capitario) per approvare la trasformazione in società per azioni e, contestualmente, prevedere con la stessa maggioranza un tetto al diritto di voto dei soci al 5%, o più alto, esercitabile per massimo due anni dalla conversione del decreto.

Il decreto ha anche stabilito che la Banca d’Italia potesse porre dei limiti al diritto di rimborso in caso di recesso da parte dei soci (tranne in caso di morte), “anche in deroga a norme di legge” se dovesse essere necessario per scongiurare una riduzione del capitale sotto l’asticella fissata dalla Vigilanza bancaria esercitata dalla Banca centrale europea.

La riforma fu varata sotto le critiche del Movimento 5 stelle e nel corso di questi anni diversi parlamentari bipartisan hanno più volte tentato in Parlamento, con emendamenti a diversi provvedimenti, di ritoccare la soglia sopra la quale scatta l’obbligo di trasformazione in Spa. Ma tutti i tentativi sono stati di volta in volta bloccati dal Governo.

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@VioC