Da riserva della Repubblica a problema //Nota politica

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di David Allegranti

ROMA (Public Policy) – Mario Draghi oggi parlerà di nuovo pubblicamente con i giornalisti, dopo la conferenza stampa di fine anno inframezzata dagli applausi. Spiegherà le ragioni degli ultimi provvedimenti in materia di restrizioni anti-Covid, dai cento euro di multa per chi non si vaccina alla scelta dei cinquantenni come target. Forse non farà nomi e cognomi, perché non pare essere questo il suo stile, ma è lecito aspettarsi qualche domanda, quantomeno, su che cosa non stia funzionando nella maggioranza. Per la sinistra è tutta colpa della Lega, che dice no a qualsiasi proposta più restrittiva, ma c’è da dire che anche il Pd ha cercato di condizionare politicamente l’Esecutivo con alcune prese di posizione, attraverso note ufficiali, precedenti le riunioni del Consiglio dei ministri.

Il problema è che il clima da campagna elettorale non si addice a una emergenza sanitaria. E qui di campagne elettorali ne sono in corso addirittura due. Una è per il Quirinale, l’altra è per le elezioni politiche del 2023. C’è abbastanza materiale per mettere in crisi qualsiasi Governo, figuriamoci questo che è composto da una maggioranza così allargata da mostrare troppe fragilità nei momenti topici. Durante un’emergenza sanitaria però le decisioni da prendere devono poter essere prese con una certa urgenza. Invece, a furia di mediazioni, il Governo Draghi mostra di traccheggiare. Le restrizioni che entrano in vigore oggi – come quella sul Green pass rafforzato – sono state decise a dicembre. Ma se un’emergenza c’è allora perché aspettare “dopo le feste”, come in un qualsiasi cliché di fine anno, per introdurre misure di contenimento? La sensazione è che il Governo sia culturalmente allo stremo oltre che politicamente. Logorato dalle frizioni interne, fin qui governate da Draghi. Quell’apertura da “nonno delle istituzioni” sembra non avergli fatto bene, perché è stata letta da tutti – partiti in testa – come una disponibilità ad andare al Quirinale. Ed è lì che sono aumentati i problemi: Draghi da potenziale riserva della Repubblica è iniziato a diventare un problema. Era lo stabilizzatore del sistema politico, ma adesso?

Viene dunque il dubbio alla fine che neanche Draghi ce la possa fare, perché tutto ormai è così complesso e incistato e avviluppato su stesso che, appunto, neanche il presidente del Consiglio che da presidente della Bce ha salvato l’euro può riuscire a cambiare lo status quo.

Non è solo colpa dei partiti, la responsabilità è anche dello stesso Draghi, che ha passato troppo tempo a far credere di essere interessato a fare il salto, a passare alla presidenza della Repubblica – quasi una autonomina – senza colpo ferire. Non è questione di silenzi draghiani, ma di fatti: prendiamo tutti quei compromessi sulla gestione dell’emergenza sanitaria, per dire, come a non voler scontentare nessuno dei partiti che tengono in piedi la maggioranza e che sarebbero preziosi per l’elezione al Colle. Forse ci si aspettava ben altro da Draghi, non la risoluzione di tutti i problemi strutturali dell’Italia, dalla giustizia al debito pubblico, al carico fiscale, certo, ma una disarticolazione del sistema politico italiano, sì, questo sì. Il problema è che ora Draghi va protetto da troppe cose. Da se stesso, a un certo punto, dagli appetiti dei partiti politici e persino dal tempo che scorre. C’è pur sempre un Pnrr da completare. Si è invece data l’impressione che quei miliardi siano già a disposizione, mentre invece non è così. Ragion per cui si dovrebbe sperare in una veloce risoluzione del problema quirinalizio, con una scelta rapida del successore di Sergio Mattarella. Il rischio invece è che si proceda a lungo e si perda altro tempo.

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@davidallegranti