Dallo spettro M5s ad Articolo 1: tutte le grane del Pd

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di David Allegranti

ROMA (Public Policy) – È dai tempi di Giuseppe Conte “punto fortissimo di riferimento di tutti i progressisti” (era il 2019) che l’identità irrisolta del Pd cerca una soluzione politico-culturale nell’alleanza con il M5s. Ai tempi era tutto un fiorire di “case comuni”, per dirla con Dario Franceschini, sì al taglio del numero dei parlamentari. Erano gli anni ruggenti del Conte 2, quando il Pd, per timore che Matteo Salvini vincesse le elezioni, decise d’accordarsi con i 5 stelle.

In queste settimane sono emersi almeno due casi che testimoniano le difficoltà del Pd a emanciparsi dallo spettro grillino (o contiano). Uno lo possiamo trovare leggendo lo schema delle elezioni regionali di febbraio: in Lombardia M5s e Pd hanno trovato l’accordo, nel Lazio no. In Lombardia è il M5s peraltro ad aver dovuto fare un sacrificio, almeno così viene presentato, quasi che al Pd i grillini (o contiano) avessero fatto un regalo. In nome della “questione morale” come hanno spiegato i vertici lombardi del M5s. Nel Lazio hanno prevalso le spaccature sulla gestione dei rifiuti, con grande dispiacere di quel pezzo di sinistra che è felice di avere a che spartire con i populisti.

C’è poi il caso della settimana, a spiegare il cortocircuito Pd-M5S meglio di tante altre vicende: l’ingresso nel Pd di Dino Giarrusso, ex Iena, attuale europarlamentare, eletto con il M5s dopo aver tentato di entrare in Parlamento a Roma e nel cda della Rai e aver fatto per qualche tempo il consulente di Lorenzo Fioramonti, ex viceministro dell’Istruzione, per scovare il marcio nei concorsi universitari. Non solo: Giarrusso è entrato nel Pd e si è già schierato con Stefano Bonaccini, candidato del Pd alla segreteria (si voterà fra poco meno di un mese, il 26 febbraio). Proprio lui che ha attaccato il Pd con epiteti tutt’altro che sereni, adesso rivendica valori “di sinistra” che nel Pd evidentemente esistono. Ma al Pd, tanto, sembra andare bene qualsiasi cosa.

M5s, Articolo1, tra alleanze e porte girevoli. C’è anche un altro spettro: il rapporto con gli scissionisti. La settimana scorsa i parlamentari di Articolo 1 e dintorni, in procinto di tornare nel Pd, si sono subito fatti riconoscere con il voto al decreto Ucraina che proroga fino al 31 dicembre 2023 gli aiuti italiani a Kiev per resistere contro la guerra scatenata dalla Russia. Paolo Ciani, parlamentare di Demos eletto con il centrosinistra (cioè con il Pd) alle elezioni politiche del 25 settembre, ha votato No.  Non hanno invece votato esponenti della componente di Articolo 1, come, Nico Stumpo e Arturo Scotto, anche loro eletti grazie al Pd.

È interessante che proprio i parlamentari di Articolo 1, sulla via di ritorno nel partito da cui erano già usciti, trovino subito il modo di prendere le distanze  dal Pd, che sulla guerra ha avuto quantomeno una linea netta (questo sì, è un merito di Enrico Letta): sì agli aiuti militari all’Ucraina, per difendersi dall’aggressione di Putin. Ma d’altronde, perché stupirsi. Tutto fin qui è stato fatto per accontentare Articolo 1. Prendiamo il congresso. Quello del Pd è un congresso costituente fatto per permettere il rientro di Articolo 1. Al Pd manca un evento traumatico. Letta ha scelto di restare finché non ci sarà il nuovo segretario, con un ruolo di auto-traghettatore che potrebbe non aver fatto bene né a lui né allo stesso Pd. Che ha sempre il M5s come valvola di sfogo. È ormai un rapporto codificato, quello con i populisti. Anche in negativo, resta comunque dialogico, nel tentativo di capire se ancora qualcosa ci può essere.

Il congresso si sta dimostrando insomma parecchio problematico per il Pd, che nei sondaggi non cresce, anzi. Sarà che il dibattito non è granché, come dimostra – sempre per restare all’ultima settimana – la discussione sul Jobs Act, abiurato anche da Bonaccini, che in teoria farebbe la parte del renziano rimasto nel Pd. “Intervenire sull’articolo 18 è stato un errore, bisogna andare oltre al Job Act, ci vuole una grande stagione di riforme”. Come ha detto una volta Tommaso Nannicini, già sottosegretario alla presidenza del Consiglio in epoca Renzi, “ragazzi, ve lo buco ‘sto Jobs Act. È cambiato il mondo e ci abbiamo già fatto due campagne elettorali. Quell’intervento era un pacchetto fatto di 8 decreti: dalla Naspi alle politiche attive, dalla conciliazione vita-lavoro alle finte partite Iva, e via snocciolando. Il più controverso – ma non il più rilevante – di quei decreti, quello sui licenziamenti individuali, è stato superato dalla Corte costituzionale. Chi litiga in astratto su quella riforma, pro o contro, dimostra solo di essere lontano dai problemi del Paese”. Nannicini l’ha detto qualche mese fa, ma il ragionamento vale ancora oggi. (Public Policy)

@davidallegranti