Delocalizzazioni, cosa prevedono le norme approvate in Manovra

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ROMA (Public Policy) – Via libera alle norme anti delocalizzazioni delle imprese. La 5a commissione al Senato ha infatti approvato martedì l’emendamento alla manovra del testo su cui erano al lavoro da mesi sia il ministero del Lavoro che quello dello Sviluppo economico (con alcuni momenti di tensioni alla luce dei punti di vista a volte diametralmente opposti).

La disciplina – stabilisce la norma – si applica ai datori di lavoro con almeno 250 dipendenti. Questi, qualora intendessero procedere alla chiusura di una sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo con cessazione definitiva della relativa attività e un conseguente licenziamento di almeno 50 lavoratori, dovranno dare comunicazione per iscritto ai sindacati di categoria, alle Regioni interessate, al ministero del Lavoro, al ministero dello Sviluppo economico e all’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro. La comunicazione può essere effettuata anche tramite l’associazione dei datori di lavoro alla quale l’impresa aderisce o conferisce mandato. La norma non trova applicazione per i datori di lavoro in condizioni di squilibrio patrimoniale o economico finanziario che rendano probabile la crisi o l’insolvenza e per quelli che potranno procedere alla procedura di composizione negoziata per la soluzione delle crisi d’impresa.

La comunicazione dovrà contenere le ragioni economiche, finanziarie, tecniche o organizzative della chiusura, il numero e i profili professionali del personale occupato e il termine entro cui è prevista la chiusura. I licenziamenti individuali per giustificato motivo oggettivo e quelli collettivi intimati in mancanza della comunicazione sarebbero nulli. Inoltre la stessa norma prevede che entro 60 giorni dalla comunicazione della chiusura, il datore elabori un piano per limitare le ricadute occupazionali ed economiche derivanti dalla chiusura stessa e lo presenti ai sindacati, alle Regioni, ai ministeri e all’Anpal.

Il piano dovrà indicare una serie di misure: le azioni programmate per la salvaguardia dei livelli occupazionali e gli interventi per la gestione non traumatica dei possibile esuberi quali il ricorso ad ammortizzatori sociali, la ricollocazione presso altro datore di lavoro e le misure di incentivo all’esodo; le azioni per la rioccupazione o l’autoimpiego, quali formazione e riqualificazione professionale anche ricorrendo ai fondi interprofessionali; le prospettive di cessione dell’azienda o di rami d’azienda con finalità di continuazione dell’attività, anche mediante cessione ai lavoratori o a cooperative costituite da lavoratori stessi; eventuali progetti di riconversione del sito produttivo anche per finalità socio culturali a favore del territorio interessato; i tempi e le modalità di attuazione delle azioni.

I lavoratori interessati dal Piano potranno beneficiare dei trattamenti straordinari di integrazione salariale. I lavoratori inoltre potranno anche accedere al programma di garanzia di occupabilità-Gol. Il piano dovrà essere discusso con sindacati, Regioni interessate, ministero del Lavoro e Mise e Anpal. In caso di accordo sindacale si procede alla sottoscrizione del Piano e il datore di lavoro assume l’impegno di realizzare le azioni contenute. Prima della conclusione dell’esame del piano e delle sua eventuale sottoscrizione il datore non può avviare la procedura di licenziamento collettivo né intimare licenziamenti per giustificato motivo oggettivo.

In mancanza di presentazione del piano il datore dovrà pagare il contributo di licenziamento, pari al 41% del massimale mensile di ASpI per ogni dodici mesi di anzianità aziendale negli ultimi tre anni, moltiplicato per due. Inotre se non viene sottoscritto l’accordo sindacale sul Piano, il contributo per i licenziamenti collettivi sarà aumentato del 50%. (Public Policy) FRA