L’inevitabilità draghiana e l’illusione chiamata elezioni

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di David Allegranti

ROMA (Public Policy) – Mario Draghi è diventato presidente del Consiglio sull’onda dell’emergenza sanitaria. Non era conclusa allora, non è conclusa oggi. Tant’è che il Governo si appresta a varare nuove misure restrittive con la cabina di regia del 23 dicembre. Dopo quasi due anni, è emerso tutto ciò che doveva emergere. Dunque, a che serve l’eccezionalismo draghiano, santificato dai giornali anglosassoni? A fronteggiare il resto, perché non di sola pandemia vive il capo del Governo.

C’è anche un’emergenza socio-economica, che va ad unirsi ai soliti problemi italiani (anche quelli purtroppo diventati ordinari, dalle questioni sulla giustizia al debito pubblico). Tuttavia, il Governo non riesce ad essere efficace come dovrebbe e come forse vorrebbe lo stesso Draghi, a partire dalla stessa non esaltante legge di Bilancio. Restare a Palazzo Chigi dunque per l’ex presidente della Bce potrebbe comportare non pochi rischi, compreso quello di essere logorato quotidianamente dai partiti in assetto da campagna elettorale per le elezioni politiche. Il 2022 sarà un anno pre-elettorale, dunque con poche finestre di lucidità a disposizione di chi deve esercitare il potere esecutivo.

Lo spirito di servizio del civil servant potrebbe essere dunque consumato dalle ambizioni politiche dei leader, che dopo quasi un anno di torpore possono tornare a fare sentire il loro peso. Questo potrebbe essere dunque un incentivo per Draghi al trasloco. Andare al Quirinale, prolungare la propria vita politica di altri sette anni. Già, ma a Palazzo Chigi chi ci va? L’inevitabilità draghiana, l’ineluttabilità del presidente del Consiglio lascia spazi soltanto per figure prive di autonomia politica, che al massimo dunque siano di raccordo. Ecco perché nei retroscena giornalistici si fa spesso il nome di Daniele Franco, ministro dell’Economia, vera proiezione del draghismo in Consiglio dei ministri.

Ma se il problema è che il Governo non riesce a dare tutte le risposte che dovrebbe dare, chi garantisce che Franco potrebbe riuscire laddove Draghi non riesce? Se il punto è garantire una gestione ordinata dell’emergenza sanitaria – con interventi ciclici nei periodi in cui i contagi aumentano – allora basta canonizzare l’operato del Governo Draghi e ripeterlo, quale che sia il presidente del Consiglio all’infuori di Draghi: restrizioni, vaccini, restrizioni, vaccini, restrizioni. Stesso discorso sull’economia e le riforme strutturali: non siamo in grado di farle perché c’è una maggioranza composita e litigiosa e non dobbiamo far arrabbiare nessuno. Risultato? Allora aspettiamo le elezioni, oppure provochiamole prima della scadenza naturale. Resta da capire se le elezioni siano un evento salvifico, se siano dunque in grado di ripristinare il conflitto politico, oppure se porteranno a un Governo così allargato da non poter decidere niente se non l’ordinario. Molto dipenderà dalla legge elettorale.

Ma ora c’è da pensare al Quirinale, con molta calma. Il segretario del Pd Enrico Letta, per dire, ha deciso durante l’ultima segreteria riunita al Nazareno che il prossimo 13 gennaio ci sarà una riunione congiunta dei gruppi parlamentari e della direzione per impostare il percorso di elezione del nuovo capo dello Stato. Se ne parla dopo Natale, insomma. (Public Policy)

@davidallegranti

(foto cc Palazzo Chigi)