Il Def gialloverde visto con la storia: continuità e discontinuità

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di Lorenzo Castellani

ROMA (Public Policy) – Gli analisti anglo-americani sono soliti leggere le scelte politiche utilizzando i dati storici. Questa disciplina, chiamata policy history, ha avuto un grande impulso negli ultimi vent’anni. Utilizzare lo storia infatti permette di allungare lo sguardo e valutare con maggiore consapevolezza e freddezza le scelte di policy prese da un determinato Governo. In particolare aiuta ad annotare la continuità e la discontinuità delle scelte politiche.

In Italia è una pratica ancora poco diffusa, ma proveremo ad utilizzarla per commentare la prossima legge di Bilancio. La misura più discussa, i cui contorni non sono ancora del tutto definiti nel momento in cui scriviamo, è senza dubbio il reddito di cittadinanza. In termini di spesa è una politica che vale circa 10 miliardi, all’incirca la stessa somma dei cosiddetti “80 euro” del Governo Renzi, che era una detassazione operata sugli occupati al di sotto di un certo livello salariale. Le due politiche presentano delle discontinuità riguardo alla platea, il reddito di cittadinanza va ai disoccupati mentre gli 80 euro agli occupati, e alle modalità d’attuazione, riduzione fiscale gli 80 euro ed erogazione sociale il reddito, ma hanno in comune non soltanto il valore ma anche il messaggio: uscite (o mancate entrate) per aiutare le categorie più deboli. I critici di entrambe le politiche le hanno bollate come “mance” elettorali, strumenti di mero consenso, che però si pongono in continuità con le politiche assistenziali della prima Repubblica (il reddito di cittadinanza) e con quelle dei Governi Berlusconi della seconda (“meno tasse per tutti”, gli 80 euro). Inoltre, le modalità di erogazione del reddito, attraverso la card e senza possibilità di cumulare le erogazioni mensili così da spingere i consumi, ricordano la politica della social card voluta dal ministro Tremonti dieci anni fa, che però si rivelò poco efficace.

Un’altra misura che può essere letta attraverso la storia è senza dubbio la pace fiscale, ossia la possibilità di condonare parte di ciò che i cittadini devono allo Stato a livello fiscale.  In questo caso lo sconto mira a recuperare più rapidamente una parte del dovuto al fisco e a liberare i cittadini dalla pressione debitoria per ciò che eccederà le soglie fissate dalla nuova legge. Su questo piano possiamo rilevare che negli anni sono state numerose le misure di condono fiscale da parte dei Governi Berlusconi a cui si aggiunge la voluntary disclosure per il rientro dei capitali, esportati all’estero e mai tassati prima, voluta dal Governo Renzi.

Altro provvedimento al centro delle polemiche è l’abolizione della legge Fornero, anche se si tratta di una modifica sull’età pensionabile più che di una abrogazione dell’intera legge. Contrariamente a molte altre policy la legge sulle pensioni varata dal Governo Monti è stata una vera e propria rottura con il passato sia per l’innalzamento dell’età pensionabile che per l’accelerazione del calcolo contributivo per le pensioni. Tuttavia, in politica il passato tende sempre a ritornare sotto altre forme. Già i Governi Renzi e Gentiloni avevano modificato la legge introducendo uno scivolo pensionistico (chiamato Ape) per chi aveva superato i 63 anni d’età e offrendo la possibilità di anticipare la pensione. La politica della “quota 100” si muoverà nello stesso solco, ove sommando l’età (partendo da un minimo di 62 anni) e gli anni di contribuzione (38) si potrà andare in pensione quando il risultato dell’operazione sarà 100. In altre parole, non viene toccato il sistema contributivo ma si corregge la legge Fornero permettendo di andare in pensione anticipatamente, con un costo complessivo a carico dello Stato stimato in 6-8 miliardi all’anno. Se si guarda il sistema in prospettiva si nota come ad un aggiustamento forte del sistema pensionistico effettuato nell’emergenza della crisi del debito sovrano (la legge Fornero) siano corrisposte, per questo e per i Governi precedenti, reazioni per calmierare il cambiamento imposto.

Nelle corde di quanto promesso dalla Lega c’è la riduzione della tassazione delle partite Iva al 15% sotto i 65mila di fatturato. A questo si aggiunge la continuità con i Governi della scorsa legislatura per quanto riguarda l’Ires (mantenuta al 24% come stabilito da Renzi, ma con l’aggiunta di alcuni sgravi al 15% per gli utili reinvestiti e le assunzioni) e gli ammortamenti (super ed iper previsti dal Piano Industria 4.0 dell’ex ministro Carlo Calenda). Sul piano fiscale, eccezion fatta per una rimodulazione delle detrazioni fiscale che avviene fisiologicamente quasi ogni anno, si registra una certa continuità con le riduzioni concentrate, oramai da anni, sugli utili delle attività produttive.

Una vera rottura con il passato, che perdura però da circa dieci anni, riguarda gli investimenti pubblici in infrastrutture che in questo Def dovrebbero occupare solamente lo 0,2 del 2,4% del deficit, ovvero una cifra di poco superiore ai 3,5 miliardi. Da anni la classe politica italiana non sembra più credere che sia redditizio, tanto nel breve quanto nel lungo periodo, investire nelle infrastrutture e nel loro ammodernamento. Le risorse disponibili, infatti, da un decennio vengono prevalentemente concentrate sull’assistenza sociale, oltre che sulla riduzione fiscale degli utili d’impresa, rinviando i piani infrastrutturali più ambiziosi. Anche questo Governo sembra confermare il trend.

Da ultimo si sbloccheranno le assunzioni nella Pubblica amministrazione come previsto dal precedente Esecutivo guidato da Gentiloni. Il Governo Conte ha confermato questa scelta politica. Poco chiaro è, almeno per ora, il piano di revisione della spesa (spending review) e anche in questo caso si registra un atteggiamento in linea con il passato: il Governo attuale ha riesumato, nei primi giorni della nuova legislatura, il piano Cottarelli per il taglio degli sprechi ma attualmente non risulta chiara la roadmap dei tagli. Proprio come accaduto con i Governi precedenti quando le riduzioni previste si fermarono a meno della metà di quanto previsto dai vari commissari alla spending review.

Come una analisi di prospettiva storica dimostra, le continuità con il passato rischiano di essere numerose. Ciò è in gran parte fisiologico soprattuto per le politiche legate al welfare e alla fiscalità, dove sono difficili manovre drastiche e repentine tanto per le resistenze degli interessi costituiti quanto per i vincoli di bilancio. La storia dimostra come le discontinuità sono ben più rare degli allineamenti con il passato e il cambiamento radicale è in quasi tutti i casi un artificio comunicativo prima che di policy. La legge di Bilancio conferma questo assunto e se ci saranno punti di rottura o meno nella direzione di certe politiche pubbliche potrà essere appurato davvero soltanto a fine legislatura. (Public Policy)

@LorenzoCast89