Il Governo dopo le elezioni: Draghi è la cartina di tornasole delle coalizioni

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di David Allegranti

ROMA (Public Policy) – Mario Draghi è la cartina di tornasole delle coalizioni. Lo dimostrano le elezioni amministrative, che pure vanno tenute distanti e distinte da Palazzo Chigi e dall’orizzonte delle elezioni politiche. Lo spiegava bene stamani su La Stampa Alessandra Ghisleri in un’intervista: “In queste elezioni erano chiamati al voto 12 milioni di elettori. Alla fine si sono espressi in 6 milioni circa. Ma alle politiche i votanti sono oltre 50 milioni. A questo giro mancava del tutto la provincia, che tradizionalmente è più vicina al centrodestra”. L’osservazione dovrebbe essere recapitata ai trionfanti leader di centrosinistra, che da settimane parlano di vento cambiato, di Paese che si sposta a sinistra. Da Enrico Letta a Peppe Provenzano.

È piuttosto arrivata la resa dei conti, finora congelata dalla campagna elettorale. Il centrodestra, che ha mostrato un evidente problema di classe dirigente, come sottolineava Giuliano Urbani in un’intervista sempre sul quotidiano torinese, ha l’occasione di rivisitare se stesso; c’è un’incompatibilità di fondo tra la proposta neopopulista e sovranista, in parte obsoleta, e un conservatorismo liberale pragmatico. Lo dimostrerebbero anche le vittorie di origine liberal-forzista di Roberto Dipiazza a Trieste e di Roberto Occhiuto in Calabria. Il ragionamento vale anche per il centrosinistra, dove adesso tornano in auge formule antiche, dall’Ulivo al campo largo. Anche in questo caso, c’è una tensione che attraversa Pd e alleati, fra il progressismo riformista e la base ideologica della vecchia superiorità morale (e moraleggiante) post comunista, quella che si trova bene con il giustizialismo e con il complottismo dei 5 stelle perché c’è un’origine comune risalente a Tangentopoli e agli anni Novanta.

Non sappiamo ancora quale sarà il destino di Draghi e non ci riferiamo tanto all’eventuale futuro come presidente della Repubblica. La questione è come la disarticolazione draghiana delle coalizioni si protrarrà nei prossimi mesi. Finora ha avuto gioco facile, Draghi, nel presentarsi come il salvatore della patria, gestendo con relativa semplicità il confronto politico con le forze della maggioranza. Ma a una parte del centrodestra – segnatamente la Lega – potrebbe non convenire più restare al Governo, a un certo punto. Matteo Salvini dovrà evitare l’effetto M5s; quello che accadde ai 5 stelle proprio stando al Governo con la Lega, che fu abilissima nel risucchiare i consensi dell’antipolitica. Ma siccome la politica soffre di horror vacui, quel vuoto – il vuoto lasciato da Salvini quando si è messo il costume da bagno al Papeete – è stato già riempito da Draghi e dagli ufficiali di collegamento fra Draghi e la Lega, cioè Giancarlo Giorgetti. Ora, nessuno può immaginare una scissione leghista. La Lega è l’ultimo partito leninista rimasto in Italia. Ci possono essere più sensibilità, ma la linea politica resta quella indicata dal segretario federale. Chi spera in una defenestrazione di Salvini resterà deluso. Se sarà, sarà casomai un autoparricidio.

Quanto al gongolante centrosinistra, la strada è lunga. Che fare del rapporto con i 5 stelle? Che fare di Giuseppe Conte, già novello (tri)aspirante presidente del Consiglio in quota nuovo Ulivo? Non deve sfuggire una questione. I principali sconfitti di Torino e Roma sono i 5 stelle. Governavano le città dal 2016. Cinque anni sono stati sufficienti – come in altri casi, si pensi a Livorno – a far capire lo spessore politico-amministrativo dei grillini quando vanno al governo. In entrambe le città, il Pd ha vinto senza di loro. Anzi a Torino è diventato sindaco Stefano Lo Russo, già capogruppo del Pd. Il neo-sindaco è stato da sempre uno degli avversari più feroci del M5s. Ha detto no alla “casa comune” con i 5 stelle architettata e costruita da Bettini-Zingaretti-Franceschini, scegliendo per tempo una piattaforma che guardi altrove. Da Beppe Sala a Carlo Calenda. Visto che al Largo del Nazareno sono in avida ricerca di possibili letture nazionali del voto locale, forse potrebbero anche tenere in considerazione l’ipotesi che più del campo largo poté il candidato. (Public Policy)

@davidallegranti

(foto: cc Palazzo Chigi)