In attesa delle consultazioni: le scelte dei partiti

0
partiti

di Gaetano Veninata

ROMA (Public Policy) – Abbiamo due risposte (Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati) ma sono ancora troppe le domande: Silvio Berlusconi ha capito davvero che non è più lui (né tantomeno Forza Italia) a menare le danze nel centrodestra? Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno capito che non saranno loro (a meno di miracoli) a fare i presidenti del Consiglio? Matteo Renzi restituirà la palla ai ‘compagni’ di squadra del Pd o continuerà nel dire ‘tocca a loro’, intendendo per loro Lega e M5s?

Sono solo tre dei tanti quesiti ai quali il capo dello Stato Sergio Mattarella inizierà a cercare delle risposte dopo Pasquetta, il 3 aprile, quando inizierà a incontrare leader politici e capigruppo parlamentari.

PD: MI SI NOTA DI PIÙ SE..

Il Partito democratico, in questo primo weekend parlamentare, si è fatto notare per la sua assenza. Non ha praticamente giocato, rifugiandosi in un “decidano loro, hanno vinto”, e votando due candidati di bandiera: Valeria Fedeli al Senato e Roberto Giachetti alla Camera. Ora, la questione è se il Pd ha intenzione di continuare la legislatura senza toccare palla, o se ha intenzione di mettersi in gioco rilanciando una propria politica autonoma e non solo di risposta agli stimoli esterni.

L’accordo Salvini-Di Maio sulle presidenze ha fatto il gioco dell’ala dura che dice: all’opposizione senza sè e senza ma, mortificando i tentativi (o forse sarebbe meglio parlare di ‘desideri’) di chi aveva timidamente o meno aperto a un dialogo con i 5 stelle. Dall’altro lato c’è chi dice che – proprio per quanto detto sopra – se il Pd avesse giocato in attacco, proponendo un nome autorevole e non di bandiera, forse i giochi sarebbero andati diversamente. Ma così non è stato, e ancora forte appare la presa del gruppo dirigente renziano.

I capi corrente (da Franceschini a Emiliano, passando per Orlando) non demordono comunque: chiusa la questione presidenze, si apre ora quella della formazione dell’Esecutivo. E si sa, i dem possono essere sensibili ai richiami del Colle.

M5S: BENVENUTA POLITICA

Incassata l’elezione di quello che semplificando i media chiamano il grillino di sinistra, Roberto Fico, sullo scranno più alto di Montecitorio; incassate anche le critiche (sui social e tra gli addetti ai lavori, più che nei mercati rionali) sull’accordo con Forza Italia per la presidenza di Palazzo Madama, il Movimento 5 stelle – inutile negarlo – sta mutando. E ciò che ieri veniva chiamato scambio di poltrone, oggi forse, finalmente, vien chiamata politica.

È presto per capire se l’elezione di Fico possa far digerire all’ala movimentista (più che di sinistra) un accordo di governo con Salvini, certo è che l’asse grillin-leghista appare al momento quello più stabile in vista di un possibile Esecutivo. Le presidenze delle Camere sono una faccenda slegata dal Governo, si è affannato a ripetere Di Maio in questi giorni, ma, appunto, adesso i 5 stelle fanno politica. E questo cambia tutto.

Non stupiscano dunque le parole di Beppe Grillo: “Salvini è uno che quando dice una cosa la mantiene, il che è una cosa rara”. Se son rose fioriranno, certo è che le cose si complicheranno – ancor prima che per i programmi, per quello si può sempre trovare la quadra – per i nomi di chi guiderà il Governo.

Intanto uno dei leader M5s, Alessandro Di Battista, non ricandidato per sua scelta, parte: “Il primo giugno partiremo per l’America, con Sahra e Andrea, e scriveremo un reportage per Il Fatto Quotidiano e per una webtv. Torneremo a dicembre. Ma anche durante questo viaggio io ci starò sempre”.

CENTRODESTRA: VINCITORI E VINTI

Non si può non iniziare con l’intervista di Silvio Berlusconi al Corriere: Salvini “ha il diritto e il dovere di provare a formare un nuovo governo”, ma non con i 5 stelle perché “sarebbe un ircocervo”. Benissimo.

Ma per avere un quadro della situazione del centrodestra, all’indomani della guerra civile sfiorata e poi evitata (vicenda Romani) e degli ircocervi possibili, tocca vedere di chi parliamo quando diciamo vinti e vincitori, dopo l’elezione di Casellati al Senato.

Vince l’asse azzurra del Nord: Giovanni Toti su tutti, presidente della Regione Liguria, molto vicino a Matteo Salvini, che chiede e auspica un partito unico del centrodestra.

Perdono Renato Brunetta e Paolo Romani, il fronte di resistenza alla deriva leghista di tutta la coalizione, sconfessati alla fine dalla mediazione raggiunta da Berlusconi sul nome di Casellati. Vincono, ed è l’altro specchio della stessa medaglia, Annamaria Bernini (in pole come capogruppo al Senato dopo la ‘provocazione’ salviniana) e Mariastella Gelmini (in pole a Montecitorio).

E ancora: vince il leghista Giancarlo Giorgetti, sergente salviniano che ha saputo condurre in porto una difficile trattativa sia interna che esterna.

Pareggia, per adesso, Giorgia Meloni, la leader di Fratelli d’Italia: “Incarico di governo al centrodestra, raccoglieremo i voti mancanti uno a uno”, dice in un’intervista al Corriere della sera.

LEU: POSSIBILE VA A CONGRESSO

La lista guidata da Pietro Grasso, fuori dai giochi sia per questioni numeriche che politiche (ha prima da risolvere un paio di problemi all’interno degli stessi partiti che la compongono), ha votato scheda bianca per quanto riguarda le presidenze e si è concentrata sulle prime proposte. Ne ha presentate quattro, in linea con il programma elettorale: ripristino dell’articolo 18 pieno, ius soli, stop ai superticket sanitari e al consumo di suolo.

Per il resto: il congresso 2018 di Possibile (uno dei tre partiti che compongono Leu) è ufficialmente aperto. Le regole congressuali, spiegano, “sono molto semplici e, in coerenza con i principi sanciti dallo Statuto, pensate per aprire il nostro partito il più possibile alla partecipazione dei suoi iscritti – e non solo. Le date fondamentali sono quelle del 22 aprile (termine ultimo per la presentazione delle mozioni) e dell’11 maggio (giorno entro il quale si chiuderanno le votazioni sulla nostra piattaforma online)”. (Public Policy)

@VillaTelesio