L’Italia non è guarita: perché siamo ancora vulnerabili

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di Leopoldo Papi

ROMA (Public Policy) – L’economia italiana va bene: il ministro Daniele Franco in audizione parlamentare sulla legge di Bilancio, ha riferito che l’Italia chiuderà la crescita del 2021 con forse qualche punto decimale in più – al 6,2% o 6,3% del Pil – rispetto alla stima del 6% riportata nella Nadef di ottobre. Risultati positivi quindi, anche se poco significativi se decontestualizzati rispetto alla pandemia e ai fenomeni economici e finanziari internazionali: inflazione, penuria di materie prime, difficoltà e problemi nelle filiere produttive e logistiche globali. La ripresa, ha detto il presidente di Confindustria Carlo Bonomi “è un rimbalzo e non una crescita” ed è “già a rischio”, data l’inflazione “che sta raggiungendo livelli pericolosi e preoccupa molto”. Ancora incerto è il quadro epidemiologico della pandemia, e desta apprensione l’eventuale impatto sulle attività produttive e sulla vita pubblica di un suo peggioramento, che già ha spinto il Governo a introdurre nuove restrizioni.

A questo quadro complesso e instabile di fattori di rischio esterni si devono aggiungere le strutturali fragilità interne, che rendono l’Italia, con la sua economia, la sua composizione sociale e le sue istituzioni, più esposta e vulnerabile di altri Paesi rispetto a ulteriori inattesi eventi negativi. Se ne possono ricordare almeno tre: l’enorme debito pubblico, che dopo quasi due anni di pandemia si attesta a 153,5% del Pil (stima Nadef 2021); la stagnazione ormai pluridecennale della produttività, inchiodata a livelli inferiori della media Ue e Ocse; la crisi demografica, che non riguarda solo il saldo tra nati e morti nella popolazione, ma anche quello dei flussi migratori spontanei in entrata e in uscita dal Paese, e il loro contributo, non necessariamente positivo, alla crescita e competitività della sua economia.

Tutti questi problemi esistevano già ben prima del sopraggiungere del coronavirus, a febbraio 2020. Il debito pubblico era al 135% del Pil nel 2019 a fronte di una crescita zero (0,3% del Pil). Il suo prezzo (cioè il tasso di interesse) era già allora calmierato sul mercato finanziario (e reso sostenibile per lo Stato italiano) dal programma di acquisto dei titoli di stato della Bce (Pspp – Public Sector Purchase Programme). Da allora, come riportato dall’Osservatorio sui conti pubblici, la Bce ha messo in campo, nell’ambito del nuovo programma Pepp (Pandemic emergency purchase program) interventi straordinari di acquisto di titoli pubblici italiani per la cifra record di 334 miliardi (175 miliardi nel 2020, e 159 miliardi stimati nel 2021). Se a questa quota si aggiunge quella detenuta da altre istituzioni europee, a fine 2021 la quota di debito in mano europea ammonterà al 42% del Pil, sul totale del 153,5%, pari a circa il 28% dell’intero stock di debito pubblico.

Questi numeri suggeriscono che l’Italia è, con buona pace di qualsiasi euroscettico più o meno facinoroso, un paese europeista, nel senso che per evitare il fallimento dello Stato dipende dall’Europa. A confermarlo sembra anche l’impressione che nell’ambito del programma Peep, in cui è venuto meno il criterio del capital key, cioè della proporzionalità degli acquisti alla quota detenuta da ciascuna banca nazionale del capitale dell’eurobanca, il rischio sul debito italiano sia stato di fatto mutualizzato per la prima volta tra i Paesi dell’eurozona, data una deviazione del 17% per eccesso rispetto al riferimento della quota italiana (fonte studio Ocpi). È legittimo chiedersi: che cosa accadrebbe al tasso interesse sul debito pubblico italiano – e alla capacità dello Stato di accedere ai mercati per finanziarsi – se l’effetto calmiere di questi interventi venisse meno? L’interrogativo non è del tutto astratto: la crescita globale dell’inflazione potrebbe indurre presto la Bce a rivedere al rialzo i tassi di interesse, e più in generale valutare una revisione delle politiche monetarie ultraespansive di cui ha beneficiato l’Italia negli ultimi anni, ma che tanta irritazione e tensioni politiche hanno destato tra i cittadini nordeuropei e le loro istituzioni.

Allo scoccare della pandemia nel 2020 l’Istat registrava per l’Italia un calo della produttività del lavoro (- 0,4% nel 2019), del capitale (-0,8% nello stesso anno) e dello 0,5% della produttività totale dei fattori – indice dell’efficienza complessiva del sistema – confermando un andamento quasi trentennale: la crescita media dal 1995 al 2019 della ptf è stata pari a zero, un lungo periodo in cui la crescita della produttività italiana è stata molto al di sotto di quella europea. Le risorse europee del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) certo rappresentano una grande opportunità di rilancio dell’economia, ma all’approssimarsi del 2022 si può ragionevolmente sostenere che i fattori strutturali avversi alla produttività sono ancora ben presenti, e così riassumibili: l’Italia è un ambiente ostile alle imprese, per cultura e tradizione politica, ideologica, giuridica, regolatoria, amministrativa, corporativa. Nel 2019 l’Italia si attestava al 58° posto su 190 Paesi nell’ultima classifica Doing business della Banca mondiale, dietro a Kenya e Kosovo. Un altro indicatore della capacità italiana di generare iniziativa imprenditoriale è dato dall’attrattività degli investimenti: nella classifica Gai (Global attractiveness index) 2021 redatta da The European House Ambrosetti, l’Italia si colloca al 20° posto. Non esattamente un Paese dove tutto il mondo si precipita a cercare opportunità di investimento e impresa.

Scarsa concorrenza e avversione alle liberalizzazioni in molti settori, costi fiscali e contributivi tra i più alti al mondo (nel 2020 al 46% del costo medio complessivo di un contratto di lavoro dipendente, fonte Taxing Wages 2021 Ocse), servizi pubblici scadenti o talora inesistenti, elevati costi dell’energia, rigidità giuridica e sindacale del mercato del lavoro, un sistema giudiziario politicizzato, lento, macchinoso e inaffidabile, rappresentano potenti disincentivi per ogni iniziativa privata. E per la sua crescita. L’accusa spesso rivolta alle aziende italiane di non ricercare l’espansione appare infondata, alla luce del fatto che oltre un certo livello lo sviluppo dimensionale implica in Italia un considerevole aumento dei rischi e costi legati alla regolazione e a logiche politiche e corporative.

Nonostante l’ambiente sfavorevole in cui operano, le pmi italiane, al netto dell’era Covid, esprimono buoni livelli di redditività e competitività sui mercati internazionali, come evidenzia l’andamento delle esportazioni. Nel 2019, poco prima dell’entrata in scena del virus, l’export italiano si attestava al 32% del Pil, con un saldo positivo di 44 miliardi (2% del Pil), e un ruolo importante, intorno al 50%, delle imprese sotto i 250 dipendenti (fonte: rapporto Ice 2018-2019). La distribuzione e organizzazione del tessuto produttivo italiano, spesso raggruppato in distretti manifatturieri, suggerisce inoltre che in molte filiere le pmi italiane assomiglino a reparti di singole unità industriali, con forte interdipendenza reciproca, ma più elevata flessibilità e adattabilità ai cambiamenti del mercato. Mantenendo assetti proprietari e strutture separate le singole imprese rimangono al di sotto delle soglie in cui entrano in gioco i rapporti diretti con i vari centri di potere politici, burocratici, corporativi, amministrativi, sindacali, che con le loro rigidità e dinamiche autoreferenziali ne affosserebbero la competitività. Un tessuto industriale più grande e capitalizzato sarebbe insomma senz’altro auspicabile, ma per individuare gli impedimenti alla crescita delle imprese sarebbe utile rivolgere l’attenzione agli effetti nocivi per la produttività dell’economia causati dal sistema “delle rendite” pubbliche e parapubbliche, piuttosto che puntare il dito sulla mentalità della comunità imprenditoriale.

Da ultimo, la demografia: moltissimi dati raccontano di una catastrofe in corso, di cui non si percepisce la gravità solo perché si dispiega su un ordine temporale di anni e decenni, che sfugge ai processi sensoriali e cognitivi individuali, tarati sui giorni, ore e minuti. La drammaticità del quadro di una comunità che invecchia sempre di più e perde popolazione, emerge con forza dal libro di Antonio Golini e Marco Valerio Lo Prete “Italiani poca gente” uscito nel 2019. Vi si legge che il saldo naturale demografico, cioè la differenza tra nati e morti è negativo quasi ininterrottamente dagli anni 90, e se la tendenza rimarrà inalterata l’Italia perderà 6,5 milioni di persone in 50 anni. In quarant’anni, riferiscono gli autori, si è ribaltato il rapporto tra numero dei giovani e anziani: si è passati da circa 17 milioni di under 20 e quasi 10 milioni di over 60 nel 1980 a cifre capovolte nel 2015. Il covid ha fatto segnare nuovi record negativi per la demografia italiana: il 2020, secondo l’Istat, ha registrato un deficit di sostituzione tra nati e morti di 342mila unità, per il 2021 si stima un nuovo minimo storico delle nascite, sotto la soglia di 400mila nuovi nati.

La questione demografica ha conseguenze gravi per l’economia, almeno sotto due aspetti: la sostenibilità del sistema previdenziale e di welfare, i cui costi aumentano con l’incremento della popolazione anziana e gravano su una popolazione lavorativa che progressivamente si riduce, e la sostenibilità del debito pubblico, che è una “tassa rinviata” alle generazioni future per spese attuali o passate. Ma le tendenze demografiche sono significative anche in senso orizzontale, relativamente ai flussi migratori. L’Italia da anni registra una “fuga di cervelli” (+41,8% dal 2013, secondo la Corte dei conti) e per contro risulta attrattiva soprattutto per persone caratterizzate da un basso o assente livello di istruzione, spesso in fuga da condizioni di vita drammatiche in Paesi segnati da povertà e conflitti. Il livello di istruzione dei flussi di popolazione in entrata e uscita può essere interpretato come un indicatore della capacità di un’economia di concorrere sul “mercato delle competenze”, e quindi della sua produttività. Le competenze migliori tendono a spostarsi – come avviene per molti brillanti giovani italiani, manager, tecnici, scienziati, ricercatori – nei paesi che offrono migliori opportunità di carriera e trattamento economico, e tra questi non c’è l’Italia. Appare mal posta – oltre che odiosa nella sua valenza strettamente utilitaristica nel trattare la persona umana – l’affermazione secondo cui i migranti soddisfano la domanda di lavoro “che gli italiani non vogliono più fare”. La perdita e incapacità di trattenere alte competenze, e la sola attrattività di persone prive di istruzione e adatte solo a mansioni poco qualificate non è affatto un segnale di crescita della ricchezza della comunità, del suo pluralismo e della sua capacità di inclusione sociale. È indice invece di impoverimento e di perdita di vitalità di un’economia, con tutti i problemi che ne derivano in termini di aumento delle diseguaglianze sociali, maggiori difficoltà di integrazione, riduzione generale della qualità della vita.

È probabilmente solo grazie agli “scudi” esterni messi in campo dalla Bce e dalle istituzioni europee con il Recovery plan, e all’autorevolezza e credibilità di Draghi nel gestire la campagna di vaccinazione e l’attuazione del Pnrr, che l’Italia ha retto l’urto della pandemia e non ha imboccato la via del default e una crisi economica senza precedenti, potenzialmente foriera di instabilità politica e sociale violenta, di cui si è peraltro sperimentato qualche preoccupante esempio nella forma settaria delle contestazioni no vax e no green pass. Sembra diffusa l’illusione, nella classe politica e in molta classe dirigente, che il peggio sia passato, e che una volta ripristinata la normalità, la vita potrà riprendere serenamente come prima, e con essa l’abitudine a eludere opportunisticamente gli strutturali problemi che affliggono il Paese. La pandemia e i sostegni esterni hanno però più che mai messo a nudo impietosamente le vulnerabilità dell’Italia rispetto ai rischi economici, geopolitici, sanitari a cui è esposta. In sostanza hanno certificato la sua incapacità di farvi fronte autonomamente. Un paese robusto e efficiente, come una persona, riesce a affrontare in autonomia al meglio e superare, per quanto possibile, le sfide dell’esistenza. Come una persona, un paese oberato di debiti, poco efficiente, con una comunità divisa, corporativa e conflittuale, afflitto da una grave malattia demografica, rischia di avvitarsi in crisi drammatiche e irreversibili alla prima avversità. (Public Policy)

@leopoldopapi