Lo stallo che ruota intorno a Draghi //Nota politica

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di David Allegranti

ROMA (Public Policy) – Si può fare a meno di Mario Draghi a Palazzo Chigi? Forse l’inevitabilità draghiana sta diventando un problema. Il dibattito sulla interscambiabilità del presidente del Consiglio – al Quirinale o no? – non fa altro che sottolineare, con la sua durata estenuante, lo stallo politico. Non è tutta questione di tattica di partito, c’è un problema oggettivo. Non riuscendo a pensare altra leadership all’infuori di Draghi, i partiti stanno cercando di prolungare il momento, sapendo che sarebbe molto più complicato reiterarlo. Dunque si sommano due stati di sospensione. Il primo è iniziato con l’avvio del governo Draghi, il supplente delle istituzioni. L’altro stato di sospensione è cominciato con le prime chiacchiere sul futuro della presidenza della Repubblica, quando per la prima volta si è posto il problema del futuro dello stesso Draghi. Nell’incertezza, si moltiplicano le interpretazioni. Si cercano intenzioni nelle parole dei protagonisti, quelle di Sergio Mattarella finora sono state più esplicite. In più di un incontro pubblico, ha descritto la propria indisponibilità a un secondo mandato. In ogni occasione possibile, si è congedato facendo cenno alla fine di un percorso durato sette lunghi anni. Quelle di Draghi vengono setacciate come pepite d’oro. C’è chi coglie un riferimento al futuro in ogni sua risposta. La conferenza stampa di fine anno, con i giornalisti ad applaudire (mala tempora), ha concesso qualche interpretazione in più sui desideri di Draghi, che avrebbe lasciato intendere di voler provare ad arrivare al Quirinale. “È immaginabile una maggioranza che si spacchi sull’elezione del presidente della Repubblica e si ricomponga subito dopo?”, ha chiesto retoricamente il presidente del Consiglio, in risposta a una domanda. Come a dire: se mi presento al Quirinale, davvero pensate di non potermi votare, voi che già sostenete questo Governo? E come potete pensare che tutto torni come prima e che non ci siano delle conseguenze?

In questo guazzabuglio, l’unica cosa certa appare questa: se Draghi punta al Quirinale, lo fa per vincere, non per essere smentito. Nemmeno lui potrebbe permettersi di essere bruciato nelle urne a scrutinio segreto. Ma una sconfitta di Draghi equivarrebbe al fallimento di una strategia, vanificherebbe l’ultimo anno di lavoro, metterebbe a rischio la tenuta politica di un sistema che si è affidato a Draghi, l’ultima spiaggia, nel tentativo di far dimenticare le proprie mancanze. Draghi al Colle può solo vincere. Con le sue parole sulla maggioranza che si spacca su questo o quello scenario, il presidente del Consiglio cerca di responsabilizzare le forze politiche e i singoli parlamentari, ma sa che il rischio è elevato. Anche perché c’è un fattore non del tutto esplorato. Questo è il parlamento dei grillini, nel 2018 il M5s prese oltre il 32%. Ci sono state molte fuoriuscite ed espulsioni, ma il peso politico del partito di Giuseppe Conte è ancora notevole. A grandi poteri possono anche corrispondere grandi irresponsabilità, per parafrasare una battuta di Spiderman: nemmeno Conte – tallonato dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio –  sembra sapere se davvero controlla i gruppi parlamentari di Camera e Senato oppure se ormai prevale il caos. L’impressione è che da Draghi i partiti stiano aspettando conferme sulla durata della legislatura, attribuendogli un potere predittivo o anche semplicemente formale che egli non ha. Nemmeno Super Mario può decidere quanto far durare la legislatura.

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@davidallegranti