Il paradosso del Conte 2: a rischiare di più è l’europeismo

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di Lorenzo Castellani

ROMA (Public Policy) – Il Governo Conte-bis nasce con un forte imprimatur a livello europeo. La rottura tra Movimento 5 stelle e Lega si è consumata con il voto di supporto dei primi alla presidente Von der Leyen e la successiva alleanza con il Partito democratico, e la permanenza di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, è stata sostenuta apertamente da Bruxelles e dalle cancellerie delle maggiori capitali europee. Se l’Unione europea ha giocato un ruolo fondamentale nella formazione del Governo e nel costruire una conventio ad excludendum ai danni della Lega, ciò non significa che la posizione dell’Esecutivo non resti complicata e debole sia verso l’alto, nel rapporto con la Commissione europea, che verso il basso, con gli elettori.

Di fatto due elementi appaiono chiari. Il primo è la lentezza nel cambiamento del paradigma europeo sul piano economico. Di fronte alle pressioni, in particolare di Italia e Francia, per rivedere il patto di stabilità e rendere meno stringenti le regole fiscali i Paesi del nord, la cosiddetta nuova Lega anseatica capeggiata dall’Olanda, e la Germania hanno opposto fino ad ora un granitico diniego. Per di più gran parte dell’establishment tedesco ha criticato duramente Mario Draghi per il rilancio del Quantitative Easing, percepito come misura inflativa dannosa per l’economia nazionale.

L’impressione è che, fino a quando permarrà al potere questa classe politica europea (in particolare quella tedesca), saranno pochi i passi in avanti sul piano dell’integrazione europea e ancor meno ve ne saranno sul piano della solidarietà fiscale, con misure che possano portare ad una condivisione dei rischi sui debiti pubblici. Di fronte a questo muro, il Governo rischia di avere le mani legate e ben poco spazio di contrattazione. L’unico ossigeno arriverà, probabilmente, dal calo dello spread dovuto alla maggiore tranquillità dei mercati per l’estromissione dal Governo della Lega, grande forza euroscettica.

Viene da chiedersi, inoltre, cosa possa portare in dote questo Esecutivo a Bruxelles ai fini della contrattazione sulla nuova legge di Bilancio. Al momento pare possa offrire ben poco, se non la momentanea decapitazione di Salvini dalla guida del Paese. Il programma delineato da Conte è vago e le politiche indicate sono per lo più misure di spesa, ivi incluse quelle ambientaliste. Senza concessioni sull’aumento del rapporto deficit/Pil è molto probabile che il Governo sarà costretto ad aumentare le tasse ad alcuni settori della popolazione se vuole finanziarie nuove politiche pubbliche. Difficile, inoltre, che si possano ottenere miliardi di euro svincolati dalle regole del Trattato di Maastricht per investimenti pubblici ed infrastrutturali di larga portata.

L’altro elemento è la ricerca di una soluzione al complesso problema dei migranti. Il nuovo Esecutivo ha messo fine alla politica dei porti chiusi di Salvini e a Malta ha stipulato un accordo con Francia e Germania sull’accoglienza dei migranti. I dettagli non sono ancora chiari, ma di fatto si imporrebbe un superamento del Trattato di Dublino: sarà introdotto un meccanismo automatico di ripartizione dei migranti e l’attribuzione dello status di rifugiato a ciascun nuovo arrivato (ed il rimpatrio in caso di diniego) verrà giudicato direttamente dai Paesi coinvolti nell’accordo e non più soltanto da quelli di primo sbarco. Questa procedura non resterebbe, dunque, solamente in capo all’Italia e agli altri Paesi di frontiera come è stato fino ad oggi, ma varrebbe anche per la quota di migranti riservata a Francia e Germania. Questo meccanismo varrà però soltanto per i migranti salvati dalle Ong e dalle navi militari, circa il 10% degli arrivi totali, e non riguarderà gli sbarchi autonomi, ossia il restante 90%. I dettagli dell’accordo non sono ancora chiari e dovranno essere ridiscussi in sede europea. Gran parte della sua efficacia dipenderà dalle quote percentuali di migranti che le due potenze sceglieranno di accogliere e se altri Paesi si uniranno alla sottoscrizione dell’accordo. E’ evidente che se l’accordo non dovesse funzionare, il tema dell’immigrazione rimarrebbe parte dell’agenda politica nei prossimi anni.

Questo scenario ci conduce ad alcune riflessioni sul rapporto tra il nuovo Governo e le istituzioni di Bruxelles. L’Unione europea si è messa, ancora una volta, molto in gioco agli occhi dell’opinione pubblica italiana con il sostegno aperto al Conte-bis, e alla sua nascita con una manovra parlamentare che ha portato all’accordo due partiti che si sono duramente opposti l’un l’altro negli ultimi dieci anni. Il Governo giallo-rosso viene percepito dall’opinione pubblica come un Esecutivo più forte a livello internazionale che legittimato sul piano domestico. Questo espone le istituzioni europee a dei nuovi rischi. Se crescita economica, creazione di nuove infrastrutture ed immigrazione non dovessero trovare una soluzione europea, e di conseguenza italiana, l’eventuale fallimento della loro mancata realizzazione ricadrebbe sul nuovo esecutivo e i partiti che lo sostengono, ma anche sull’Unione europea che l’ha così pervicacemente sostenuto. Considerate le condizioni difficili, sia a livello politico che economico, in cui il Governo è nato e si muoverà, non è da escludere che i progressi su questi tre fronti possano essere molto contenuti. In questo caso non soltanto la legittimità delle istituzioni italiana rischierà di andare in contro ad un ulteriore processo di erosione, ma anche quel complesso di idee, istituzioni e cultura che prende il nome di europeismo potrebbe essere sottoposto ad una ulteriore, e questa volta forse più forte, frenata di consenso tra gli elettori italiani. Dopo un’operazione di palazzo così spericolata, sostenuta fortemente da Bruxelles e dalle altre capitali europee, in caso di fallimento sarebbe difficile convincere la maggioranza degli elettori che si debba ancora dare credito all’Europa così com’è oltre che ai partiti di Governo. (Public Policy)

@LorenzoCast89