Perché il Governo non durerà troppo. Ma neppure troppo poco

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di Lorenzo Castellani

ROMA (Public Policy) – Nelle ultime settimane gli osservatori hanno discusso molto dell’effettiva capacità di tenuta della coalizione di Governo. Tuttavia fino ad oggi, almeno sul piano parlamentare, la maggioranza ha dimostrato di poter resistere alle divergenze interne sulle policy. La defezione di cinque parlamentari del Movimento 5 stelle nel voto di fiducia sul decreto Sicurezza è più un segnale di allarme per il partito, in cui iniziano ad emergere per la prima volta opinioni dissidenti, che per l’Esecutivo.

La questione più rilevante in termini di analisi politica appare quella relativa agli effetti sulle politiche pubbliche determinati dalla distanza ideologica tra i due partner di Governo. Come si è visto fin da subito, con il decreto Dignità proposto da Di Maio e la linea dura sugli immigrati dettata da Salvini, l’accordo pentaleghista si è basata su una rigida separazione delle materie, proprio per evitare attriti e rispettare il più possibile le promesse elettorali. Il contratto di Governo siglato posto a base della coalizione governativa evidenziava la medesima impostazione.

I limiti, però, di questo metodo hanno iniziato a mostrarsi durante la discussione sulla bozza della legge di Bilancio. Il documento economico finanziario è polimorfo sul piano delle politiche pubbliche: pur di realizzare quanto elencato nel contratto di Governo si è scelto di realizzare, in misura molto parziale, gran parte delle proposte economiche, fiscali e sociali dei due partiti di maggioranza. Si è originata, dunque, una legge di Bilancio rispetto alla quale gli osservatori, e i cittadini, faticano a comprendere la scala delle priorità. Si è scelto, in altre parole, di realizzare una piccola porzione di tutto. Il risultato è l’avviamento di una molteplicità di micro-politiche, il cui sviluppo nel futuro è ancora tutto da definire. Si pensi, ad esempio, al reddito di cittadinanza che vede lo stanziamento di soltanto metà dei fondi originariamente previsti dal programma dei 5 stelle, alla flat tax che è stata trasformata in un abbassamento dell’aliquota confinata alle partite Iva sotto una determinata soglia di fatturato oppure alla riforma Fornero che è stato solo parzialmente corretta e non abolita.

Non è ancora chiaro se nel futuro il Governo, considerata anche la situazione economica di globale rallentamento e l’innalzamento della spesa per interessi, riuscirà a realizzare ed implementare completamente queste politiche. Il rischio è che la mancanza di chiare priorità abbia portato il Governo a parcellizzare eccessivamente le risorse impiegate per le varie politiche con il rischio di mancare gli obiettivi che si poneva. In altre parole l’Esecutivo ha, proprio per proteggere la stabilità della coalizione, preteso di fare troppo e troppo poco allo stesso tempo.

Ciò ci rimanda ad una riflessione più ampia sul futuro del Governo. Il caso della sospensione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado ha mostrato i primi attriti tra i due partner di Governo. La soluzione è stata ancora una volta mediata e la riforma entrerà in vigore solamente dal 2020, un termine che ha fatto interrogare molti analisti sulla possibile durata dell’esperimento giallo-verde. Senza dubbio i due partiti non hanno convenienza a restare per troppo tempo insieme al Governo e ciò almeno per tre ordini di motivi: il primo è il rischio di una mediazione estenuante su ogni riforma che potrebbe condurre sia all’inefficacia di alcune politiche sia ad alzare la tensioni tra i leader di partito; il secondo è che l’economia potrebbe rallentare nel futuro e il Paese entrare in recessione già tra il 2019 e il 2020 con un quadro difficile da affrontare per un Governo con partiti così distanti proprio sul piano delle politiche economiche; il terzo è la mancanza di una opposizione in grado di costruire un’alternativa di Governo credibili. Oggi tale assenza è palese ma tra un anno o due il quadro politico del consenso potrebbe mutare e ciò potrebbe spingere i partiti ad asserragliarsi a Palazzo Chigi nel timore di dover fronteggiare una sconfitta elettorale o, più probabilmente, una situazione di maggiore incertezza politica post-elettorale. A questi motivi si aggiungono i possibili risultati delle elezioni europee del 2019 che potrebbero evidenziare un rapporto alterato tra i due partner di Governo, magari con la Lega che sorpassa il Movimento 5 stelle e si emancipa definitivamente dal ruolo di partito minore della coalizione.

Fino al maggio 2019, tuttavia, è improbabile che si vada a nuove elezioni poiché le acque dovrebbero calmarsi una volta superato lo scoglio della legge di Bilancio. Dopo questa data i due partiti, e la Lega in particolare che sembra poter contare su una capienza elettorale raddoppiata e su una alleanza di centrodestra mai del tutto spezzata, potrebbero avere forti interessi al ritorno al voto. Anche perché una permanenza insieme troppo lunga all’Esecutivo rischia di far identificare troppo l’uno con l’altro i due schieramenti, con la possibilità che un partner di Governo dreni voti all’altro. Da ultimo, però, va considerato che la storia degli ultimi anni ha dimostrato come sia molto complesso, per le forze politiche, ritornare alle urne nel mezzo della legislatura. Lo stesso presidente della Repubblica si è mostrato, in più occasioni, molto cauto rispetto alle elezioni anticipate incentivando sia la formazione del Governo Conte che, precedentemente, favorendo la durata del Governo Gentiloni. Lo scenario appare dunque molto complesso e pieno di variabili oggi ancora difficili da valutare. Senza dubbio rischia di essere oltremodo precipitoso chi ipotizza elezioni da qui a pochi mesi o, al contrario, chi si dice certo che il Governo durerà l’intera legislatura. (Public Policy)

@LorenzoCast89