Ricapitolando: che problema c’è con il ddl Anticorruzione?

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giustizia

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aggiornamento 8 novembre:

Sulla riforma prescrizione da inserire nel ddl Anticorruzione l’accordo è stato trovato, “ma solo con tempi certi”. Lo annuncia il ministro dell’Interno e leader della Lega Matteo Salvini.

A quanto si apprende da fonti di Governo, l’accordo prevederebbe il rinvio di un anno della riforma.

La mediazione – dice Salvini – “è stata positiva, l’accordo è stato trovato in mezz’ora”. La norma sulla prescrizione  insomma sarà nel ddl ma entrerà in vigore da gennaio del 2020 quando sarà approvata la riforma del processo penale. La legge delega, che scade a dicembre 2019, sarà all’esame del Senato la prossima settimana.

Anche il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, uscendo dalla riunione ha confermato che è stato “trovato l’accordo” nel Governo.

Rimane – ha riferito – “lo stop” fermo lancette “dopo la sentenza di primo grado”. Il ritocco dell’articolo 157 del Codice penale “entrerà in vigore con tutta la riforma del processo penale”. Insomma, la riforma ci sarà ma i tempi saranno probabilmente lunghi.

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ROMA (Public Policy) – Sono 17 gli emendamenti a firma della Lega che chiedono di modificare pesantemente la prima parte del ddl Anticorruzione (anche detto dai 5 stelle “Spazzacorrotti”) fortemente voluto dall’alleato di Governo. Il grosso delle proposte riguarda la seconda parte, su trasparenza e finanziamento dei partiti politici. A quanto apprende Public Policy, diverse proposte di modifica presentate nelle commissioni Affari costituzionali e Giustizia alla Camera chiedono di sopprimere interi articoli del ddl (otto su dodici) e di rivederne altri in maniera consistente. La maggior parte sono a firma del leghista Igor Iezzi, ex Radio Padania.

Una mossa, spiegano fonti parlamentari, decisa anche per “replicare” a quanto accaduto al Senato sul decreto Sicurezza.

Oltre alle perplessità sul testo originario del ddl, la Lega non nasconde dubbi sull’emendamento (poi ritirato ma vedremo come) in quota M5s sulla prescrizione. Questo, infatti, chiedeva di far scattare il fermo lancette dopo la sentenza di primo grado. Diversi esponenti leghisti hanno fatto notare come sul tema non sia “mai stato raggiunto” un accordo all’interno del Governo; è stata, insomma, “una singola iniziativa” del M5s. Le parole del ministro della Pa (e avvocato) Giulia Bongiorno, domenica a SkyTg24, non hanno aiutato: “La sospensione della prescrizione al primo grado di giudizio è una bomba nucleare sul processo. Sono molto preoccupata”. E sul tema sono intervenuti, criticamente, anche Giancarlo Giorgetti e lo stesso leader Salvini.

La risposta a Bongiorno del Guardasigilli Alfonso Bonafede non si è fatta aspettare: “Rispetto e stimo il ministro Bongiorno, ma sulla prescrizione si sbaglia. La bomba atomica che rischia di esplodere è la rabbia dei cittadini di fronte all’impunità”.

Ma cosa diceva esattamente l’emendamento M5s? La prescrizione – recitava la proposta di modifica poi ritirata – sarà sospesa “dalla pronunzia della sentenza di primo grado o del decreto di condanna fino alla data di esecutività della sentenza che definisce il giudizio o della revocabilità del decreto di condanna”.

Poi ritirata, dicevamo. Ma per ‘finta’.

Lunedì pomeriggio infatti il Movimento 5 stelle ha ribadito la volontà di inserire nel ddl la riforma della prescrizione, ritirando l’emendamento originario ma presentandone contestualmente uno identico (dove cambia solo il titolo del provvedimento).

Su quest’ultima modifica c’è stata una lunga discussione nelle commissioni.

Al centro del dibattito la richiesta delle opposizioni di conoscere la valutazione della presidenza circa l’ammissibilitá della nuova formulazione della proposta di modifica avanzata dal relatore. La proposta non modifica il contenuto dell’emendamento già presentato ma – come detto – interviene solo sul titolo del provvedimento stesso, evitando così il rischio che la proposta di modifica potesse essere giudicata inammissibile. La presidenza, per bocca di Giulia Sarti (M5s),  ha rimesso la decisione alla seduta di oggi (che dopo vari rinvii è stata convocata per le 20), che però potrebbe non bastare.

Sul punto “rimane” infatti “il dissenso” della Lega, come ha ribadito Iezzi a margine dei lavori di commissione. E non è l’unico punto del decreto su cui Lega e 5 stelle non la pensano allo stesso modo.

Il Carroccio, ad esempio, chiede (con un emendamento sempre a prima firma Iezzi) che vengano pubblicati online anche i “contributi, prestazioni gratuite o altre forme di sostegno” utilizzati per la realizzazione e la gestione delle piattaforme informatiche o siti internet. La proposta di modifica fa probabilmente (leggi: sicuramente) riferimento alla piattaforma Rousseau dell’alleato di Governo. Un emendamento “provocatorio”, dicono dalla Lega, che fa riferimento all’articolo 7 del ddl, sulla trasparenza dei partiti e dei movimenti politici. Questo fa divieto ai gruppi di ricevere “contributi, prestazioni gratuite o altre forme di sostegno” senza la pubblicazione online degli stessi. La Lega propone dunque di aggiungere un’altra disposizione, che allargherebbe l’obbligo di pubblicazione dei finanziamenti (se questi vogliono essere ricevuti): “Anche ai fini della realizzazione e della gestione di piattaforme informatiche o siti internet”.

Un altro emendamento chiede addirittura di sopprimerlo interamente, l’articolo 7 sulla trasparenza dei contributi ai gruppi politici. Anche le altre proposte della Lega non scherzano: sì al riconoscimento delle “circostanze attenuanti generiche” per corrotti e corruttori che “versano” alla Pubblica amministrazione interessata soldi come riparazione del danno, prima del giudizio per i reati di peculato, concussione e corruzione; rivedere il Daspo per i corrotti, eliminando l’interdizione perpetua e rivedendo le soglie per quello temporaneo; la soppressione dell’articolo 5 del provvedimento, ovvero sull’estensione delle operazioni sotto copertura.

E l’alleato che fa? Propone – con un emendamento a firma Giuseppe Brescia – una stretta sui finanziamenti delle banche a candidati, eletti e partiti politici, con l’obbligo di renderli noti a Montecitorio. Il tetto sopra il quale scatta l’obbligo di dichiarazione dovrebbe quindi passare da 5mila a mille euro. La norma proposta, che riguarda partiti, deputati e senatori italiani (anche del Parlamento europeo), consiglieri regionali e comunali, candidati alle elezioni e gruppi parlamentari, interviene su una legge del 1981 sul finanziamento pubblico. Questa prevede che per i contributi sopra i 5mila euro (i 5 stelle chiedono di passare a mille) dovrà essere firmata una dichiarazione – sia da chi li eroga che dal politico o partito che li riceve – da depositare alla Camera.

I 5 stelle, quindi, chiedono da un lato di abbassare il tetto massimo sopra il quale dovrà essere data comunicazione a Montecitorio ed elimina l’attuale ‘salvagente’ per le banche che sono esonerate dalla dichiarazione.

Il Governo ha anche annunciato un aumento delle pene per gli evasori, che modificherà le soglie di reddito evase. Ma al momento i relatori (entrambi M5s) non hanno presentato una modifica in tal senso. (Public Policy) SOR-GAV-FRA