Primum vivere. Oggi c’è poco altro che il Conte 2 possa fare

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(foto – DANIELA SALA/Public Policy)

di Lorenzo Castellani

ROMA (Public Policy) – Le dimissioni di Luigi Di Maio da capo politico del Movimento 5 stelle aprono nuovi scenari per la politica italiana.

Il ministro degli Esteri rappresenta la linea perdente in seno al Movimento, quella che intendeva resistere a chi vuole una più forte saldatura con il Partito democratico, quella che voleva mantenere un’anima populista e terzista. Con l’uscita di Di Maio, inoltre, appare manifesto il fallimento della trasformazione del Movimento in partito. Di fatti, se questo è avvenuto a livello strutturale, con la nomina di referenti e facilitatori, la transizione è rimasta incompleta sul piano dell’identità e del programma. Chi e cosa rappresenti il Movimento 5 stelle oggi resta un’incognita, persino la storica battaglia contro i privilegi della classe politica sembra essere giunta al tramonto. Sul piano delle politiche economiche, dopo la realizzazione del reddito di cittadinanza e di quota 100, non resta più molto. L’unica freccia nella mani della classe dirigente pentastellata è la riforma della giustizia, resa complicata da un Governo internamente diviso e poco comunicabile all’esterno dei palazzi romani. Sul resto, dall’Europa all’immigrazione, il Movimento oscilla senza coltivare una precisa identità. Queste debolezze si avvertono sul piano elettorale, con un declino iniziato ai tempi del Conte 1 e proseguito con il Conte 2. Sono cambiati gli alleati, ma i consensi continuano a scendere. Tanto che i 5 stelle sembrano aver partecipato nel primo caso a un Governo di centrodestra e nel secondo ad un Governo di centrosinistra. La difficoltà di passare dalla protesta strutturale al governo del Paese, ha impedito al Movimento di lasciare un segno politico fondamentale sui due Esecutivi di cui è stato ed è tuttora parte. Gli elettori non hanno seguito e sul piano elettorale già le regionali di Emilia-Romagna e Calabria ci diranno la distribuzione dei voti in uscita dal Movimento 5 stelle. Se il centrodestra dovesse prevalere, diventerà evidente la capacità di Salvini e Meloni di attrarre una buona porzione di ex pentastellati. Questo riallineamento potrebbe portare ad una semplificazione del quadro politico nel medio periodo, con il ritorno ad una competizione bipolare tra destra e sinistra.

Cosa possiamo aspettarci dal futuro? Verosimilmente, chiunque succederà a Di Maio tenderà da un lato al mantenimento del Governo sostenendo il presidente Conte, mentre dall’altro è molto probabile che la nuova leadership coltiverà migliori relazioni e prospettive di alleanza con il Partito democratico. Lo stesso Zingaretti, di fatto il miglior alleato del premier, sembra voler remare in questa direzione; è un’esigenza che si lega alla sopravvivenza dell’Esecutivo, prima ancora che alle necessità elettorali. Questa attrazione sarà tanto più forte quanto più debole sarà il Governo. Ne consegue che la partnership potrebbe subire un’accelerazione nel caso di sconfitta alle elezioni regionali di domenica prossima. In questo quadro permangono però rischi d’instabilità. Un risultato molto insoddisfacente per il Movimento 5 stelle potrebbe aprire ad una guerra tra fazioni e non è detto che gli stati generali del partito, convocati a marzo, riescano a risolverla. Il pericolo che nei prossimi mesi qualche gruppo si stacchi dal partito mettendo a repentaglio la maggioranza non è implausibile. Attriti dentro i partiti e forzature tra alleati potrebbero ancora far collassare l’Esecutivo, seppur ad oggi non sia questo lo scenario più probabile.

In generale, i prossimi sei mesi saranno cruciali per la vita del Governo. Se l’Esecutivo saprà in qualche modo saldarsi, anche a causa del debole consenso dei partiti della maggioranza e delle nomine da fare nelle partecipate di Stato, allora da settembre la navigazione potrebbe diventare più semplice. Un aiuto al Governo potrebbe arrivare dall’approvazione via referendum della riforma costituzionale sul taglio dei parlamentari, poiché a quel punto sarebbe richiesta una nuova legge elettorale, e, a settembre, dalla necessità di varare la prossima legge di Bilancio. Pur resistendo come maggioranza, sul piano politico, invece, il Governo potrà fare poco. Tra disaccordi, veti reciproci e un atteggiamento volutamente conservativo il programma dell’Esecutivo cercherà di limitare i danni: micro-politiche senza le riforme strutturali richieste da Bruxelles; rispetto dei vincoli europei senza forzature per politiche di crescita. Primum vivere. Oggi c’è poco altro che il Conte 2 possa fare. (Public Policy)

@LorenzoCast89