Quanto è cool essere ambientalisti

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+++ L’ambientalismo è talmente ‘cool’ che ci ha conquistato tutti. Annacquando il conflitto, tralasciando la riflessione e, paradossalmente, aprendo il dibattito a trendy e radical, naturalmente a Capalbio. Ma questo mondo, che non è solo dell’Occidente, non si difende con le buone intenzioni +++

di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – 20 anni dopo Seattle, ci stiamo riscoprendo tutti no-global. Anche se i temi sollevati dalla stagione dei black bloc, come la sostenibilità ecologica, la scelta consapevole del cibo e del consumo, il no-logo, la critica alla globalizzazione senza freni, all’eticità delle multinazionali, alle guerre del petrolio e molto altro, in questi 20 anni sembrano scivolati, annacquati e teneri, in un sentimento diffuso, popolare e, troppo spesso, superficiale.

Lo dimostra il ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti, quando con spirito “sessantottino” vuole giustificare tutti i ragazzi che venerdì scorso hanno scioperato per il clima. E in questo modo trasforma una “lotta” (giovane e, come tale, ingenua per definizione ma non per questo sbagliata) in una passeggiata in centro, annullando il conflitto, l’assunzione delle proprie scelte di fronte alla scuola, l’assenza ingiustificata che è e deve rimanere il minimo quando si affronta una battaglia in cui si crede. E così, a colpi di buonismo, alla fine si finisce a parlare di tasse sulle merendine e sulle bibite gassate.

Allargando l’’inquadratura il discorso non cambia. Il “produci-consuma-crepa” si è trasformato in “decrescita felice” che non tiene conto delle necessità dei popoli dei Paesi emergenti; la lotta ideologica agli allevamenti intensivi è diventata un veganesimo in cui le bestie sono considerate uguali agli esseri umani; l’ecologia della libertà dallo Stato si è trasformata in becera antipolitica in cui “sono tutti ladri”; la critica all’impresa padronale ha trasformato ogni imprenditore in un avvoltoio; le riflessioni sui pericoli della farmaceutica (do you remember “mucca pazza”?) sono diventate terrorizzanti critiche alla comunità scientifica e rifiuto di vaccini e chemioterapia. I dubbi verso le nuove forme di agricoltura intensiva si sono ridotte ad assurde battaglie contro l’olio di palma. E da qui a scendere ai complotti dei rettiliani, ai fake dell’allunaggio, a Gaia, al terrapiattismo e così via.

Il timore è che oltre ad essere tardivo, questo risveglio antiglobalista sia una moda priva di approfondimento e, ancora una volta, visione prospettica. Bauman diceva che la modernità è caratterizzata da un atteggiamento del “contro”, dove è più importante avere un antagonista che trovare risposte e risorse: contro il progresso, contro la scienza, contro il commercio internazionale, contro la tecnologia, contro “chi inquina”. E così via giù a scaricare tensioni sociali e frustrazioni personali. In particolare accade in Europa, dove il benessere è più diffuso, i sistemi di welfare più radicati, i diritti maggiormente consolidati dei doveri, e dove stiamo pagando un prezzo più alto alla crescita dei Paesi emergenti. Cattivi che “ci rubano il futuro”. Con gli europei (e gli italiani in particolare) che perdono anche la speranza di una prospettiva. E si rifugiano nella contestazione.

Per questo il messaggio di Greta (così come quello di Piketty prima di lei) è forse ragionevoli nell’identificare un problema, ma profondamente sbagliato nell’analisi e totalmente erroneo nelle soluzioni proposte. La giovane svedese che a nome di milioni di giovani rinfaccia ai governanti di aver rubato il futuro alle nuove generazioni pone questioni a cui occorre prestare attenzione, perché solleva grandi temi culturali e filosofici. Ma che rischiano di essere condite, e rovinate, dalla rancida salsa della retorica del politicamente corretto e, soprattutto, dall’idea che sia sempre qualcuno contro cui scagliarsi. O della balzana idea, che hanno solo i ricchi, per cui sia possibile de-crescere.

Quando Greta parla di “loro” come nemici, “loro” chi sono esattamente? Le aziende dove lavoriamo? Il mercato dove compriamo ciò che consumiamo? I politici che votiamo? La Cina, che nonostante il controllo delle nascite (vi rendete conto dell’atrocità di non poter fare più di un figlio, di non avere un fratello o una sorella, se non si è ricchi) deve consumare cibo, petrolio, acqua e altre risorse per un miliardo e mezzo di persone? Che ci facciamo con “loro”? Ora, non c’è dubbio che per continuare a mantenere vivibile questo pianeta occorra correggere il tiro. Pesantemente. E certo lo sviluppo e l’uscita dalla povertà di molte zone del mondo ha avuto, ha ed avrà ancora dei costi ambientali devastanti. Ma Greta – che sarà pure un tantino antipatica e presuntuosa ma non merita gli attacchi beceri che le hanno riservato – sbaglia valutazione e svilisce il suo messaggio, perché omette di dire quanto il progresso abbia concesso a lei e a tutti noi benefici che soltanto un secolo fa non trovavano posto nemmeno nei sogni. Proprio in quei sogni che dice che le sono stati rubati.

In Svezia si stava bene anche tre decenni fa. Ma come si fa a non tener conto, quando si denuncia che fin qui il mondo ha prodotto solo catastrofi e dolore, che nel 1990 (solo 30 anni fa) il 40% della popolazione mondiale, cioè 2 su 5 miliardi, stava sotto la soglia della povertà assoluta, mentre oggi quella percentuale è scesa al 10% (700 milioni su 7 miliardi)? Oppure che la speranza media di vita dell’umanità è salita da 64 a 72 anni in tre decenni? E che nello stesso tempo è più che dimezzata la mortalità infantile? Forse sarà il caso di guardare al di là del cassonetto e finire di credere di essere sempre al centro del mondo. Perché mentre si denunciano le diseguaglianze crescenti – che, è vero, ci sono, perché una parte rilevante della ricchezza mondiale si è concentrata in poche mani e perché si è aperta in modo insopportabile la forbice tra gli stipendi dei top manager e il resto del mondo, addio Olivetti – ci si dimentica di dire che miliardi di persone sono uscite dalla povertà e dal pugno di riso quotidiano, con la ricchezza la ricchezza pro capite che in 50 anni è più che raddoppiata, passando da 3.500 a 8.500 dollari.

Anche perché, paradossalmente, si rischia di fare il gioco di chi di questo mondo se ne frega. La protesta dei gilet gialli in Francia dimostra quanto possa essere pericoloso e controproducente affrontare il tema semplicemente alzando le tasse, in modo paternalistico, sui beni inquinanti. Per dire, anche il colpo di Stato di Pinochet in Cile cavalcò la rabbia contro il caro carburante. Sarebbe utile non perseverare nell’errore.

Ora, a chi pronostica la fine del mondo in tempi brevi, più che la profezia dei Maya, dovrebbe ricordare che un conservatore del calibro di Richard Nixon che, influenzato dai molti profeti di sventura ambientale around 1968, si lanciò a preconizzare che negli anni 2000 le città statunitensi sarebbero divenute invivibili a causa del numero troppo elevato di residenti e degli intollerabili livelli di inquinamento atmosferico che avrebbero raggiunto. Direi che non è andata proprio così. Lo sviluppo delle tecnologie ha consentito di ridurre nei Paesi occidentali i livelli di concentrazione di sostanze inquinanti – mentre nei Paesi emergenti si paga lo scotto della neo-industrializzazione – e di meglio proteggerci dalle avversità climatiche. (Public Policy)

@m_pitta