Resocónto – Il linguaggio consono

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di Gaetano Veninata

ROMA (Public Policy) – Suvvia, è successo a tutti almeno una volta nella vita (se si è fortunati). Parlare e avere la lacerante sensazione che nessuno ti ascolti: in un gruppo di amici, ai tempi della scuola, all’università (per chi l’ha fatta), con i colleghi di lavoro (per chi ce l’ha, un lavoro). Qualcosa che ferisce, anche quando si parla di cose frivole; figurarsi quando si interviene in un’aula parlamentare.

Dunque, piena solidarietà ad Antonella Faggi, senatrice leghista:

“Nessuno di noi ha vissuto in prima persona l’epoca della guerra: ne ha sentito parlare dai suoi nonni, dai suoi parenti, ma nessuno l’ha potuta vivere. Invece, noi ci siamo trovati in una situazione terribile. (Brusio). Capisco che non frega un tubo a nessuno perché tutti chiacchierano e io posso dire di tutto. Neanche la presidente ascolta. Adesso dico una parolaccia, tanto se ne fregano tutti. Mi fa piacere. (Applausi). Posso dire ciò che voglio in quest’aula, tanto non mi caga nessuno. (Commenti).

“Senatrice, con tutto il rispetto, io la ascolto e devo anche richiamarla a un linguaggio consono all’assemblea”.

“Uno dice una parola un po’ forte e improvvisamente l’orecchio teso verso il telefono o altro è richiamato all’attenzione e si desta scalpore. Quando, invece, uno parla di pandemia, di morti, nessuno ti ascolta.

“Senatrice, si rivolga alla presidenza e stia sicura che la presidenza la ascolta“.

Stava chiacchierando anche lei, presidente”.

“No, ma le permetto di andare avanti senza usare un certo linguaggio“.

Lo modero se mi si ascolta“.

“Senatrice, è una sua scelta intervenire in aula e lo si fa usando un dato tipo di linguaggio. La sto ascoltando; lo stavo facendo anche prima e sono costretta a richiamarla. Prego, vada avanti”.

Benissimo, continuo a parlare…”. (Public Policy)

@VillaTelesio