Troppo debito in giro per il mondo: ecco perché rischiamo una bolla

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – L’allarme l’ha lanciato questa settimana la Banca mondiale: c’è troppo debito in giro per il mondo, aggravato da problemi di trasparenza, qualità, sostenibilità. E anche, dice il presidente dell’istituto David Malpass, da un ruolo assai pericoloso della Cina. In effetti, avendo raggiunto quota 55 mila miliardi di dollari, oggi i debiti pubblici nel mondo sono ad una quota esattamente doppia rispetto al 2007, saliti in percentuale al pil globale dal 36% al 52%. In particolare, quello statunitense è duplicato, schizzando da 9.370 a quasi 20 mila miliardi di dollari. Nell’eurozona l’aumento è stato del 40%, per un ammontare complessivo di 10.500 miliardi (calcolati sul pil, si è saliti da una media del 66,4% ad un preoccupante 92,7%, con buona pace dei limiti di Maastricht). A questi dati della Banca mondiale bisogna aggiungere quelli del Fondo monetario internazionale, secondo cui se aggiungiamo i debiti privati siamo seppelliti da 184 mila miliardi di dollari, pari al 225% del pil globale. Un fardello enorme, che rappresenta il record storico.

A stringere l’inquadratura c’è il rilevante problema dei prestiti studenteschi negli Usa: con l’impoverimento della classe media, le famiglie che si sono indebitate per pagare le università ai figli hanno creato un rischio stimato mille miliardi di dollari, una quantità in grado di scatenare un effetto valanga come fu per i subprime nell’estate del 2007, nel caso gli universitari di oggi non riuscissero a trasformarsi in ricompensati professionisti domani. Senza dimenticare che la tendenza ad allungare le rate nel credito al consumo aumenta gli interessi e i rischi di insolvenza, soprattutto considerando che 30 milioni di statunitensi vivono grazie ai buoni alimentari.

Ma non solo. A poco più di un anno dall’ultimo tracollo delle piazze finanziarie causati dai giochi ribassisti sugli indici di volatilità (VIX, Volatility Index), algoritmi e umani, speculatori e brokers sono tornati di nuovo a giocare con questi “indici della paura”, tanto che secondo la Commodity Futures Trading Commission statunitense le scommesse ribassiste sono oggi ai livelli esattamente precedenti l’esplosione della bolla del febbraio 2018. Una situazione che per Bank of America porterebbe ad “una crisi generalizzata”.

Ad allargare lo sguardo c’è un altro parallelismo ancora più grande e pericoloso, ed è quello che mette in relazione la situazione finanziaria attuale con quella del 2008, quando ci fu il crack della Lehman Brothers, che poi aprì il vaso di Pandora della crisi. I derivati, che furono la ragione principale della catastrofe di dieci anni fa, ammontano oggi a 2,2 milioni di miliardi di euro, vale a dire 33 volte il pil mondiale, il 25% in più del livello pre-crisi (stime Esma). Le prime cinque banche Usa ne detengono per 157 mila miliardi di dollari, il 12% in più del 2007. Ai rischi di una eccessiva finanziarizzazione, poi, si devono aggiungere altri fattori, come l’avvento delle criptovalute, la crescente guerra commerciale, un ritorno di fiamma dei protezionismi, il pericolo delle shadow bank cinesi e come detto in precedenza, un problema di debiti, sia pubblici che privati. E non è finita qui. La metà delle obbligazioni che circolano (2,5 milioni di miliardi) sono emesse da aziende che hanno un rating definito junk (spazzatura). Tra questi persino colossi come General Electric. Con il pericolo che se crollasse una di queste too big si scatenerebbe una tempesta to fall. E poi il mercato dei bond è reduce da un rally che dura da 30 anni, e negli ultimi tempi si è alimentato delle politiche espansive delle banche centrali. Senza contare – last but not least – i problemi delle banche, non solo di casa nostra. La Deutsche Bank, per esempio, ha in pancia derivati per 40 mila miliardi, venti volte il nostro debito e trenta volte il nostro reddito nazionale.

A questo dobbiamo aggiungere che c’è anche un problema di scarsa crescita economica. Non c’è dubbio che la quantità di debito da restituire sia importante, ma lo è ancora di più la capacità di farlo. Con un esempio, diremmo che per un disoccupato può essere un grande problema restituire 1000 euro, mentre per un professionista affermato non sarebbe un gran peso darne indietro 10.000. Il pericolo è che i focolai locali e internazionali delle tensioni geopolitiche e la guerra commerciale e tariffaria tra Usa, Unione europea, Russia e Cina contribuiscano a rallentare un’economia mondiale già in frenata. Per questa ragione è preoccupante che all’ultimo vertice di Davos non fossero presenti Emmanuel Macron, Theresa May e Donald Trump. Assenze pesanti che possono impedire una ritrovata armonia.

Questa situazione – gli eccessivi livelli di debito a livello mondiale, la frenata della crescita, l’incertezza diffusa – costringono a nuove misure di stimolo monetario straordinario. Scenario in cui si conferma il “new normal”, cioè una situazione in cui di fronte all’immobilismo e all’impotenza dei governi politici, le banche centrali di tutto il mondo si sono ritrovate a surrogare le attività degli esecutivi eletti con la loro “forward guidance”. E questo nonostante non abbiano nessuna “responsabilità politica del governante di fronte all’elettore” (in inglese accountability). Dopo il crack del 2008 lo ha fatto prima la Fed, irrorando l’esangue economia statunitense con il siero della moneta fresca di stampa. Poi la Banca d’Inghilterra, la Banca del Giappone e infine la Banca centrale europea, che nel 2018 ha avuto un bilancio arrivato fino a 4.700 miliardi di dollari (dati Bce). In Europa, pur essendo terminato a gennaio il Quantitative Easing, Francoforte ha proseguito con strumenti alternativi di espansione monetaria, come unico attore continentale in prima linea contro la scarsa crescita e i tassi di inflazione prossimi allo zero n. E anche la Federal Reserve, in aperto contrasto con la Casa Bianca, sta cercando di continuare a sostenere l’economia statunitense. Dieci anni dopo la crisi è evidente che “The Great Unwid” (“Il Grande Ritiro” delle banche centrali) ha fallito e i governatori delle monete continuano a parlare e occuparsi, oltre che di mercati e tassi di interesse, anche di economia, di crescita, di occupazione. Con le banche centrali che, de facto, hanno notevolmente ampliato le loro competenze visto che, al di là della legittimità formale, sono le uniche in grado di avere un peso specifico nell’economia globale. Ma non senza effetti collaterali, visto che il pompare moneta da 10 anni a questa parte ha prodotto derivati per 710 trilioni di dollari. Insomma, Powell negli Usa, Draghi in Europa, Kuroda in Giappone, si trovano nella difficile situazione di dover da un lato sostenere l’economia e, dall’altro, non far crescere troppo la bolla della massa monetaria in circolazione, con l’aggravio di debiti e derivati che si porta dietro.

A proposito di banche centrali, bisogna dire che l’allarme della Banca mondiale sul rischio di debiti eccessivi è arrivato per effetto del nuovo peso dell’economia cinese e a valle del fatto che “la Cina si è mossa talmente velocemente nel mondo che ora c’è troppo debito”. Pechino ha prestato agli altri Paesi – a cominciare dagli Stati Uniti – somme che ammontano in totale a 1,12 trilioni di dollari (dati Dipartimento Tesoro Usa) e adesso, secondo la Banca mondiale “dove la Cina interviene fornendo soldi con la Belt and Road Initiative, lascia poi i Paesi con debito eccessivo in condizioni peggiori di come li trova” (qualcuno pensa all’Italia?). Il presidente della World Bank, Malpass, ha anche rimproverato Pechino di voler continuare a prendere dalla Banca mondiale soldi in prestito a basso costo, nonostante sia da tempo la seconda economia del mondo. Senza dimenticare che dal marzo 2014 se ne va dalla Cina circa un miliardo di dollari al giorno, secondo le stime di Société Générale).

In effetti, da un’analisi più attenta emerge che la Banca centrale cinese, la Pboc, da luglio scorso sta iniettando circa 15 miliardi di yuan al mese (pari a 2,24 miliardi di dollari) e a inizio anno abbia (sovra)caricato l’ambiente con 1,1 trilioni di yuan in una sola settimana per rinvigorire un po’ i mercati fiaccati e depressi a causa dei numerosi fallimenti di aziende nel campo immobiliare, a loro volta legati alle “shadow banks”. Per esempio, a metà gennaio la società di costruzioni Kanged Xin Composite Material Group non è riuscita a ripagare bond in scadenza per quasi 150 milioni di dollari, dichiarando fallimento. Eppure, solo un paio di mesi prima aveva annunciato di avere liquidità per 2,2 miliardi di dollari, pari a 15 volte l’ammontare del debito non pagato. Evidentemente qualcosa è andato storto. Ed è preoccupante perché sulle aziende immobiliari e di costruzione cinesi gravano bond per circa 55 miliardi di dollari. E, sempre secondo Société Générale, la Cina dispone ancora di 3.300 miliardi di dollari in riserve valutarie, ma se continua a bruciarle al ritmo attuale, tra nove mesi rischia di dover intervenire bruscamente. Un problema, visto il rallentamento dell’economia globale e anche cinese, il rischio della guerra commerciale e anche un rating basso delle aziende, costrette quindi a rifinanziarsi a tassi di interesse più alti e quindi a spendere una quota maggiore di interessi.

Insomma, se pensiamo che il nostro debito che – salvo interventi – si avvia verso il 135% del pil e che in numeri assoluti siamo quarti dopo Stati Uniti, Giappone e Cina, consideriamo che non siamo soli. Secondo gli analisti dell’agenzia Bloomberg, infatti, la Francia è immediatamente dietro di noi, quinta di poco, per solo 1,4 miliardi di euro (e il 56% dell’indebitamento francese è con l’estero, mentre quello italiano lo è solo per il 14%). Insomma, quando pensiamo all’ammontare del nostro debito, agli interessi che paghiamo per mantenerlo (5% del pil, mentre la spesa per l’istruzione è del 3,5%), ai rischi che le aste vadano deserte, ricordiamo sempre la nostra esatta collocazione: un contesto di tassi bassi che, da un lato, mantengono sostenibile il debito, ma dall’altro aumentano ora dopo ora il rischio di una bolla. Specie senza crescita, senza controlli e con poca trasparenza, da Washington a Pechino. (Public Policy) 

@m_pitta