Twist d’Aula – In attesa (dell’autunno) tutti preparano il piano B

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – La maggioranza al Senato va per uno, la crisi economica potrebbe sfociare in rivolte sociali (cit. Bankitalia, servizi e Viminale), le Regionali di settembre, il rapporto con Bruxelles, il debito che cresce e tanto altro. La pur straordinaria abilità di galleggiamento del cunctator Conte potrebbe non essere sufficiente per resistere fino all’agognato “semestre bianco”. Per cui il gioco dell’estate è quello di riorganizzarsi e costruire il piano B.

Già in tempi giallo-verdi, a dicembre 2018, su questa agenzia si descriveva l’attrazione fatale tra i 5 stelle e il Pd targato Zingaretti. In principio fu accordo in Regione Lazio, qualche mese dopo in Parlamento. D’altra parte, l’idea che Goffredo Bettini va professando da tempo è chiara: i voti dei grillini sono roba della sinistra, gli appartengono di diritto. E per recuperarli serve un “campo largo”. O meglio, la “Piazza Grande” che il Nazareno sta provando a costruire con diversi incontri riservati, da Elly Schlein fino alle Sardine. Ma, soprattutto, con numerose telefonate tra Zingaretti e Conte, in cui il primo spinge il secondo a prendere la guida della parte “governista” dei 5 stelle.

D’altra parte, parlando con D’Alema e con Bettini, Grillo si è convinto che debba nascere “qualcosa di nuovo, spinto dai giovani”. Magari piazzando Beppe Sala o Stefano Bonaccini come frontman della “Piazza Grande” della sinistra. E ha messo in conto una spaccatura tra i grillini, tanto che – come dimostra il ‘sonetto’ – sarebbe pronto a sacrificare Virginia Raggi sull’altare dell’accordo tra Pd e 5 stelle. Insomma potrebbe ripetersi quello che è accaduto nelle Marche: una parte dei grillini è andata con il candidato organico del Pd (Maurizio Mangialardi) per evitare la vittoria facile del centrodestra. Altra parte ha rifiutato. Il gruppo consiliare si è sciolto e oggi non esiste più. E giova ricordare Forlani, il quale diceva che le Marche anticipano sempre le tendenze nazionali, come fu per il CAF (Craxi-Andreotti-Forlani).

Tuttavia non è così semplice. Le mire di Conte di mettersi alla guida di parte dei 5 stelle, come il cantiere per costruire una ‘Piazza Grande’ della sinistra, non sono passate inosservate alla Farnesina. E così Di Maio ha cambiato stile, vestendo i panni del moderato, sta cercando di sfilare il tema dell’affidibabilità istituzionale al premier. Non più il pugnetto dal balcone di Palazzo Chigi, ma un rinnovato europeismo, predisposizione al compromesso, basso profilo, perfino l’intervista al Foglio dopo che per anni è stato chiamato il “bibbitaro del San Paolo”. Soprattutto, oltre agli incontri trapelati con Draghi, Letta e Mion, lo staff di Di Maio tiene relazioni Rosato e Giorgetti, Crosetto e Renzi. E anche con il Quirinale, via Ugo Zampetti.

Nel gioco della riorganizzazione, d’altra parte, ci sono due partite sul tavolo. La prima è la sopravvivenza di questo Governo che diventa ogni giorno più difficile, con possibili cambi di inquilino a Palazzo Chigi (“non sarebbe un problema” dice Buffagni). Dall’altra, probabilmente a più lunga scadenza, le elezioni. E sono tutti consapevoli che la stessa area centrista che consegnò il 10% a Monti nel 2013 è oggi terra di nessuno dove si agitano in tanti, da Azione a Italia viva, da Forza Italia a Più Europa, l’area dem del Pd come anche – appunto – Conte e Di Maio. Dentro a questo schema, tuttavia, saranno fondamentali le regole del gioco, cioè la legge elettorale. Da cui passa tutto e su cui, c’è da scommettere, c’è da aspettare. (Public Policy)

@m_pitta