Twist d’Aula – Draghi profeta in patria?

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – Nemo profeta in patria direbbe qualcuno. Fatto sta che con l’arrivo di Mario Draghi a Palazzo Chigi la discontinuità dell’azione di governo, più che su un piano interno, si rileva oltreconfine. La stampa internazionale in questi giorni non ha lesinato articoli (Financial Times, El Pais, Le Figarò, seppur più dubitativo anche l’Economist) per evidenziare il ruolo di primo piano assunto da Draghi in Europa e nel G20. La testata conservatrice Die Welt, inusualmente, non ha bocciato categoricamente la “scommessa” di aumentare ulteriormente il debito pubblico. È vero che l’ufficio stampa di Palazzo Chigi parla più con i giornalisti esteri che con quelli italiani (fu Bloomberg, per esempio, l’unico a svelare in anticipo il nome di un ministro, Cingolani), ma è anche vero che le mosse pesanti in tre mesi non sono mancate.

Sabato scorso il via libera della Commissione al PNRR è arrivato grazie alla personale intercessione di Draghi con von der Leyen. Quasi a dire che la garanzia sulla validità del piano è la sua stessa persona. E questo deve bastare. A Bruxelles ritengono che approvare i progetti adesso, con questo Esecutivo, renderà impossibile modifiche da chi verrà dopo. Come a dire che i fondi europei, messi a disposizione anche e soprattutto per evitare il fallimento dell’Italia, non possono essere gestiti e indirizzati da altri che non siano Draghi. Sui vaccini, poi, l’atteggiamento ondivago della Commissione è cambiato quando il primo ministro ha bloccato, con piglio decisionista, alcuni lotti di Astrazeneca destinati all’esportazione.

Fin dal discorso di insediamento la maggiore novità è stata sulla politica internazionale, con un esplicito riferimento alla collocazione europea e atlantica del Paese, abbandonando le sirene cinesi che piacciono ai grillini e quelle russe ascoltate da Salvini. Il primo viaggio istituzionale è stato in Libia, dove nel giro di due anni l’influenza italiana è stata sostituita con quella turca e, in misura minore, russa. Proprio con Ankara Draghi ha incrociato le lame. Dopo il “sofagate” il premier ha definito Erdogan “dittatore”, forzando il protocollo diplomatico e, forse, non tenendo conto che le tre maggiori città del Paese sono guidate da sindaci di opposizione. L’intervento, tuttavia, è sembrato prodromico alla recente presa di posizione di Biden, che ha riconosciuto il genocidio degli armeni, materiale radioattivo per la Turchia.

Oltre al credito internazionale pregresso, in questi 100 giorni l’ex presidente Bce ne ha acquistato di ulteriore (anche grazie al momento non brillante di Merkel e Macron). Un capitale utile certamente utile e necessario per governare bene. Ma forse non sufficiente? Nel presentare il PNRR alle Camere Draghi ha sottolineato che “se falliamo, il colpo è all’Unione europea”, a rimarcare l’interconnessione. Ma per l’Unione il Next Generation Ue, specie per l’Italia, non è un piano di finanziamenti con qualche riforma intorno, ma sono delle riforme sostenute da spesa pubblica. Il presidente del Consiglio annuncia che il Parlamento sarà coinvolto in queste riforme (che nel PNRR sono passate da 4 a 40 pagine) con la presentazione di leggi delega, in particolare su fisco e giustizia. “Quante cose abbiamo da fare in tre mesi” ha rimarcato in Parlamento. Anche esternalizzando parte del lavoro oltreconfine, quanti panni sporchi che bisogna ancora lavare in casa. (Public Policy)

@m_pitta

(foto: cc Palazzo Chigi)