Twist d’Aula – Ilva, Alitalia, autostrade: si scrive Iri ma si legge Efim

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – Ilva, Alitalia, concessioni autostradali, Tim, Monte Paschi, Carige, banche venete, il sistema di approvvigionamento e distribuzione dell’acqua, come quello di gestione dell’identità digitale. Sembra che sia tornata una pazza voglia di statalismo, tanto che questa settimana il ministro Patuanelli in audizione al Senato non ha escluso un “ritorno all’Iri”. Ma un redivivo “Stato padrone”, prima di tutto, sarebbe oggi più complicato rispetto a qualche decennio fa, quando il debito pubblico non era così alto, non erano vietati gli aiuti di Stato e non c’era il Patto di Stabilità da rispettare. Ma, oltre ad un problema concreto di contabilità, c’è una profonda differenza sostanziale: quella che passa tra sviluppo e soccorso, tra investimenti e sussidi.

Il grillino ha infatti invocato l’Iri, istituto nato nel 1933 per promuovere la (ri)costruzione industriale e la (ri)ristrutturazione del sistema bancario dopo la Grande Depressione del ‘29. Nella prima fase condusse molte felici iniziative (tra cui la stessa Alitalia) ma poi, quando si estese a macchia d’olio lo spettro degli interventi in settori lontani dall’originaria missione, spesso più per ragioni politiche che industriali, venne poi comunemente definito “l’Iri dei panettoni”. Insomma, c’è Iri e Iri. Da una parte, un soggetto pubblico che investe in settori strategici e di interesse pubblico, fungendo da driver e moltiplicatore dello sviluppo; dall’altra c’è il soccorso pubblico che arriva quando la situazione si fa difficile. Fenomeno che diventa pericoloso se diventa poi consuetudine, quando viene messo a sistema, perché si tratta di socializzare nel pubblico le perdite di un privato.

Non solo: è infatti probabile che Patuanelli, invocando l’intervento pubblico su Ilva e Alitalia, non intendesse nemmeno l’Iri, vista la situazione disperata delle due aziende, ma si riferisse direttamente all’Efim (l’Ente partecipazioni e finanziamento industrie manifatturiere). Un inglorioso carrozzone pubblico nato per salvare aziende decotte, diventato un calderone, una rinfusa di settori accomunati da grandi debiti, da bilanci in rosso e scarse o nessuna prospettiva di sviluppo, chiuso con disonore nel 1993. Per poter invocare l’Iri, servirebbe almeno in teoria metterci dentro un po’ di programmazione sul lungo periodo. Invece, per evitare che le decine di migliaia di lavoratori di Ilva e Alitalia restino senza stipendi, bisogna intendere l’Efim.

Di fronte alle ultime crisi, purtroppo, siamo di fronte ad un interventismo pubblico di risulta, una resa incondizionata del mercato di fronte alle complessità imposte dall’economia globale. A cui lo Stato mette una pezza, curando i sintomi del malato terminale. Per carità, non sempre è così. Dal 2012 le partecipazioni del Tesoro nelle quotate di Piazza Affari hanno ripreso a salire in numero e valore e nel 2018 sono tornati ai livelli pre crisi del 2007. In molti casi si tratta di imprese strategiche che generano utili e dividendi, che investono in tecnologia e innovazione, che fanno filiera industriale, che contribuiscono ad un miglioramento dell’offerta del sistema produttivo nazionale. Ma non è questo il caso.

Dieci miliardi dei soldi dei contribuenti sono stati spesi per Alitalia, almeno venti per le banche. Molti altri servirebbero, come vorrebbero i 5 stelle e a quanto pare anche il Pd, per nazionalizzare le autostrade e il sistema delle multiutility nel settore idrico (come ha fatto Maduro in Venezuela), che tra l’altro per oltre il 95% è già di proprietà pubblica, ma svolto con criteri privatistici. Una montagna di denari che, oltre a non poter essere spesi, non servirebbero ad alcuna (ri)costruzione industriale, come con l’Iri, ma solo a disperati tentativi di salvataggio di aziende decotte e relativi ammortizzatori sociali. Il tutto a fini elettorali. Anche questo è decrescita (in)felice. (Public Policy)

@m_pitta