Twist d’Aula – Meno aspettative oggi, più guadagni domani

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – Abbassare le aspettative ora per raccogliere frutti più brillanti dopo. Mercoledì la Commissione europea ha confermato la stessa stima di crescita fornita qualche giorno fa Bankitalia. L’Italia quest’anno dovrebbe crescere del 5%, più delle attese dello stesso Governo che nel Def aveva previsto +4,1% per il tendenziale (a politiche invariate) e +4,5% per il programmatico (cioè con l’apporto delle nuove misure, principalmente il Pnrr). Tuttavia, se il Pil del 2020 è stato di 1.651 miliardi, i 25 che dovrebbero arrivare dal Recovery già quest’anno ne rappresentano circa l’1,5%. Anche ammesso che dal 4,1% al 5% ci siano quei 25 miliardi, qualcosa non torna, perché la previsione potrebbe essere anche superiore.

Eccesso di prudenza? Nei primi tre mesi del 2021 abbiamo registrato +0,1% sui tre mesi precedenti, mentre solo un mese prima lo stesso Istat aveva comunicato un calo del Pil di 4 decimali. Si tratta di una revisione di ben mezzo punto percentuale, cioè il 125% in più. Nel secondo trimestre, fanno sapere dal Mef, dovremmo raggiungere il 2% congiunturale, prima ancora che siano arrivati i soldi del Recovery. Servirà quindi una crescita di 1,45% a trimestre: non impossibile. Quindi potrebbe andare anche meglio. Inoltre, entrando a questo ritmo nel 2022, sarà più difficile continuare a incrementare la velocità, per cui l’iniziale +4,4% previsto inizialmente da Bruxelles è già stato ridotto al 4,2% nelle previsioni di mercoledì. E potrebbe ridursi ancora. Potrebbe sembrare un bicchiere mezzo vuoto, ma se poi a consuntivo i risultati dovessero essere migliori sarebbe tutto di guadagnato. Anche e soprattutto per i conti pubblici, e per il debito pubblico in particolare, che si calcola in rapporto alla crescita.

Se si allarga l’inquadratura lo schema di stime più basse all’inizio che vengono poi migliorate in seguito sembra ripetersi. Si diceva che saremmo dovuti tornare ai livelli pre-crisi nel 2023, adesso si parla di metà 2022. Bankitalia prevede un +2,3% di Pil nel 2023, ma se dovessero arrivare le decine di miliardi dal Next Generation Eu previsti per quell’anno, l’effetto moltiplicatore, auspicabilmente, potrebbe valere anche di più. C’è chi dice che, finalmente, siamo di fronte a stime prudenti rispetto al passato. Ma se per tradizione le previsioni dei Governi italiani sono sempre state più ottimiste degli altri (che invece si avvicinavano di più alla realtà), adesso sono semplicemente nella media. Certamente alcuni comparti del tessuto produttivo, specie quelli legati alla manifattura, hanno mostrato grande capacità di reazione. Inoltre, la crisi quasi perenne che attraversiamo ormai dal 2008 può aver accelerato una “selezione darwiniana”, la distruzione creatrice del capitalismo. Ma c’è dell’altro.

Chi conosce la contabilità pubblica sostiene che questo eccesso di prudenza, in realtà, è un artificio creato per salvaguardare il debito pubblico, cresciuto da un già enorme 135% del Pil in pre-pandemia al 160% attuale. Se oggi questo fardello monstre è sostenibile per il contesto di tassi bassi, per l’ombrello della Bce e per la buona reputazione del nostro Paese, potrebbe non essere così per sempre. Anzi. I debiti tuttavia si misurano sulla loro capacità di essere ripagati. Dunque, la mossa sarebbe abbassare le stime oggi per poterle rialzare più avanti. Così, quando la situazione dovrebbe essere tornata alla normalità e si reintrodurranno le regole di bilancio (o parte di esse) potremmo improvvisamente scoprire che, grazie ad una maggiore crescita e ad un poco di inflazione, il nostro debito sia diventato improvvisamente più sostenibile. Magari si dirà che qualcuno ha fatto “male i conti”, ma nella sostanza ci scopriremo più ricchi. O meglio, con meno debito da pagare. (Public Policy)

@m_pitta