Twist d’Aula – Europeista per necessità

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – C’è tutto il contorno, ma poi quello che conta davvero è l’Europa. Non a caso anche questa settimana il Governo ha dedicato energie al rapporto con Bruxelles, con Meloni che ha incontrato Michel chiedendo supporto sulla delicata questione dei migranti. Senza una sponda europea, infatti, la materia può diventare incandescente. Ma si è discusso anche di un Fondo sovrano europeo. Poi, tra una settimana ci sarà una riunione del Consiglio europeo, come sempre determinante. E tra poche ore la Bce prenderà una decisione chiave sui tassi di interesse.

Se si allarga l’inquadratura oltre la cortina fumogena della cronaca è evidente che tutti i temi economici più rilevanti passano per Bruxelles. Per stare ai più recenti, il dibattito sul nuovo Green Deal, oltre ad essere propedeutico a determinare quale sarà la politica industriale continentale del futuro, pone l’Europa in competizione dialettica con gli Stati Uniti, che allo scopo hanno già stanziato 367 miliardi di dollari. In ballo c’è sia il posizionamento geoeconomico del Vecchio Continente, sia la scelta su quale parte di industria promuovere, in che modo, con quanti fondi, come fare innovazione. E quali catene del valore privilegiare. Pensando all’automotive integrato tra Nord Italia e Baviera o alle filiere aereospaziali ormai transfrontaliere, si capisce quanto siano importanti queste partite “continentali”.

Come corollario di tutto questo c’è anche la possibilità di regole più lasche sugli aiuti di stato sui crediti d’imposta destinati agli investimenti green. Sarebbe un cambio di rotta parziale, ma non banale. Un po’ come c’è stato sul Golden power. Vedremo, perché sulle prossime mosse di politica industriale e monetaria l’Italia si gioca una fetta importante del proprio sviluppo. Lo stesso vale per la riforma del Patto di Stabilità, nel quale le nuove regole potranno anche sembrare più morbide delle precedenti, ma rischiano in realtà di rivelarsi molto rigide, ai limiti di un concordato fallimentare preventivo. Senza dimenticare quanto sia importante l’attuazione, l’erogazione dei fondi e la possibile revisione del Pnrr. Oppure l’aumento dei tassi, visto l’enorme massa di debito pubblico sulle nostre spalle.

Le decisioni strategiche in Europa hanno riflessi tattici in Italia. Lo si può plasticamente vedere sulla direttiva Epbd, sulle “case green”, per esempio, determinante per il patrimonio immobiliare italiano e degli italiani. Ma anche per il comparto dell’edilizia. E lo si è visto sui numerosi dietrofront (Mes, Pos, scudo penale, cancellazione delle cartelle esattoriali e, a quanto pare, anche su partite politicamente delicate in tema di concorrenza come balneari e tassisti) su cui Meloni, piuttosto che le istanze sovraniste e antieuro della sua maggioranza, ha scelto di assecondare i partner europei. Perché sa che, se pure l’Italia rimane sempre too big to fail, è anche to tiny to count.

Prendete la crisi energetica. Aver negoziato a Bruxelles il tetto al prezzo del gas, oltre che acquisti congiunti, sanzioni ed embargo, pur con le farraginosità dovute alle opposizioni di alcuni Paesi (Germania e Olanda), ha dato un peso contrattuale diverso all’Unione. Lo stesso vale per la guerra in Ucraina: aver spinto Berlino al via libera all’invio dei Leopard rende l’Ue un blocco più solido e influente di quanto si potesse pronosticare. Insomma, ci avviamo al principio di sussidiarietà 2.0: poiché tutte le questioni più importanti si giocano a livello internazionale, il piano nazionale resta interessante solo per le polemiche residuali. E qualcosa di simile vale anche se dal piano economico ci si sposta a quello politico.

Già nel 2019, quando i grillini votarono Von der Leyen e i leghisti no, ci fu la prova che quello che succede al Parlamento di Bruxelles può anticipare le dinamiche di casa nostra. Dopo due settimane, non a caso ci fu la rottura dei gialloverdi. Da altra prospettiva, Meloni è diventata presidente dei Conservatori europei, conquistando una leadership politica continentale prima di quella nazionale. Adesso, forse, potremo prevedere qualcosa dei futuri assetti politici dell’Italia guardando alle alleanze europee: i popolari si uniranno ai conservatori? E i Verdi accetteranno i 5 stelle tra le loro fila? O, anche, Meloni cederà alle sirene sovraniste di Orban? E poi, infine, è dalle partite economiche che si giocano a Bruxelles che capiremo quali saranno i punti (di Pil) che potrà fare l’Italia. (Public Policy)

@m_pitta

(foto cc Palazzo Chigi)