Twist d’Aula – Torna il rischio Italia

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – È tornato il rischio Italia. Il rallentamento economico ai limiti della recessione, gli effetti di una guerra che prosegue e quelli di un’azione di Governo che rallenta, oltre alle preoccupazioni sul dopo Draghi ci hanno infatti rimesso sotto la lente di osservazione dei mercati. Lo spread, che misura il differenziale di rischio tra Italia e Germania (che pure di questi tempi non se la passa bene) veleggia su quota 200, livelli che non si vedevano dal maggio pandemico del 2020, prima che l’Unione approvasse il Next Generation Eu e aprisse il suo ombrello protettivo. La fiducia dei mercati manda chiari messaggi negativi. Conseguentemente, anche per effetto della risalita dei tassi, cresce il costo di mantenimento del debito pubblico, con il decennale già oltre il 3%. Se consideriamo che rispetto al 2019 abbiamo 350 miliardi di stock accumulato in più, non c’è da stare tranquilli.

L’alta inflazione, tra diversi aspetti negativi, provoca un deprezzamento del debito accumulato, tuttavia in assenza di crescita potrebbe non essere comunque assicurata la sostenibilità dei conti. In effetti nel primo trimestre il Pil è calato dello 0,2% e il 2022 potrebbe essere a crescita zero, visto che il +2,2% già acquisito è frutto dello slancio dell’anno scorso. Se la guerra dovesse continuare, le sanzioni inasprirsi e il ciclo economico peggiorare, e dovessimo scendere sotto quella soglia, sarebbe nuovamente recessione. La quarta in 15 anni. Senza aver recuperato i livelli pre-pandemia. E nemmeno quelli del 2007. Il tutto in una condizione di sostanziale stagflazione. E con molti altri elementi di preoccupazione, dai prezzi alla produzione industriale (+36,9% a marzo), al caro bollette e crisi energetica, all’aumento dei prezzi al consumo, ai contratti di rinnovo scaduti.

L’arrivo a Palazzo Chigi di Draghi, con il corollario del Pnrr e dei fondi europei, aveva acceso molte speranze. Alla prova dei fatti, e di fronte alle pur pronosticabili resistenze parlamentari, lo slancio sembra definitivamente esaurito. Il decreto Aiuti pone ritocchi significativi, ma non rivoluzionari. Sui temi di fondo quali fisco, concorrenza, giustizia, non si riesce ad andare avanti. E così anche l’ex Governatore della Bce sembra essersi incamminato verso la bonus economy. Sono stati introdotti quello contro il caro carburanti, 200 euro una tantum, bonus per i trasporti pubblici, sostegni per le imprese danneggiate dalla guerra. E vengono mantenuti tutti quelli del passato, a cominciare dal tanto contestato Superbonus per le villette che, pur criticato dallo stesso Draghi, è rimasto in vigore. Non potendo forzare la mano, si sceglie la via del compromesso per accontentare tutti.

Siamo però arrivati al bivio. La frenata dell’economia spingerà i partiti (più esplicitamente quelli populisti, meno palesemente ma non meno intensamente gli altri) a chiedere ulteriori sostegni e aiuti. In una spirale al rialzo a chi la spara più grossa. Al bonus in più. La Banca d’Italia ha provato a mettere subito un argine (“nuove misure di sostegno devono essere selettive”). Ma è chiaro che parlare da Palazzo Koch non è la stessa cosa che trovare una sintesi a Palazzo Chigi. Lo dimostra il percorso del presidente del Consiglio. Il punto è che, se non riesce a dare una svolta un Governo di unità nazionale guidato da una personalità non proveniente dalle file dei partiti e apprezzata dai mercati, chissà cosa potrebbe succedere dopo il voto. Chissà come reagiranno i mercati. Per ora ci hanno messo sotto i riflettori. (Public Policy)

@m_pitta