Uno stress test chiamato Trump

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di David Allegranti

ROMA (Public Policy) – Donald Trump è uno stress test non solo per la democrazia Usa, ma per la stessa democrazia liberale e per i rapporti fra Stati Uniti ed Unione europea. Ed è anche uno stress test per la Nato. Ogni giorno apre un fronte, Trump. Dal Venezuela all’Iran; dalle vicende domestiche, con le milizie dell’ICE che hanno già ucciso due persone a Minneapolis, nel Minnesota, provocando reazioni di sdegno dappertutto, al ruolo dei soldati Nato in Afganistan (accusati da Trump di essere lontani dalla prima linea sul fronte di guerra). Persino la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è intervenuta per criticare il capo della Casa Bianca: “Non sono accettabili affermazioni che minimizzano il contributo dei Paesi Nato in Afghanistan, soprattutto se provengono da una nazione alleata”. L’amicizia, ha sottolineato Meloni, “necessita di rispetto, condizione fondamentale per continuare a garantire la solidarietà alla base dell’Alleanza Atlantica”.

La leader di Fratelli d’Italia fin qui è stata la più strenua sostenitrice delle relazioni fra Europa e Stati Uniti; al punto da guadagnarsi le critiche, in Italia, di chi la accusa di essere troppo ben disposta nei confronti di Trump. “E dopo 36 ore anche Giorgia Meloni ha capito che doveva criticare le parole di Trump sui nostri caduti in Afghanistan e nel resto del mondo. Ultima a parlare ma meglio tardi che mai. Viva le donne e gli uomini che difendono l’Italia con il coraggio che la premier purtroppo non ha”, ha detto il leader di Italia viva, Matteo Renzi.

Sono molte le ragioni storiche, politiche ed economiche che impediscono a un Paese come l’Italia – ma non solo l’Italia: il discorso vale per tutta l’Europa – di rompere le relazioni con gli Stati Uniti. Resta tuttavia un problema, non secondario, di convivenza con l’attuale Amministrazione. Come ha spiegato la professoressa Arianna Vedaschi, autrice insieme a Mario Patrono di “Donald Trump e il futuro della democrazia americana” (Bocconi University Press), “l’aspetto da sottolineare è il tentativo della presidenza Trump di scardinare due cardini del sistema costituzionale americano: il principio dei poteri bilanciati e la rule of law. Questo tentativo di rottura c’è stato perché si è voluto erigere la presidenza a potere incontrollato da ogni altro potere, a potere assolutamente indipendente”. La presidenza Trump “è una applicazione pratica della dottrina dell’esecutivo imperiale; secondo questa teoria, l’esercizio del potere presidenziale è costituzionalmente legittimo per definizione, perché il presidente interpreta i voleri del popolo. Questa è la forzatura delle regole più preoccupante della presidenza Trump”.

Le ricadute politiche di questa impostazione sono visibili anche nei rapporti con gli alleati. Trump mantiene fede all’approccio imperialista, facendo il duro con i deboli con la diplomazia del FAFO, “Fuck Around And Find Out” (“Fai il coglione e vedi che succede”), ma quando gli si presenta qualcuno del suo calibro (la Cina o la Russia) fa marcia indietro. In quel caso l’acronimo giusto è Taco, “Trump always chickens out”, “Trump si tira sempre indietro”. L’Europa che effetto suscita su Trump? Diremmo più il primo, visto che l’Amministrazione Usa considera l’Europa debole, parassitaria, divisa. Per Trump, lo ha ribadito più volte, l’Unione europea “si approfitta di noi”, “ci deruba” e anzi “è nata apertamente con l’intento di fregarci”, ha detto il 47esimo presidente degli Stati Uniti a inizio 2025. Un concetto ribadito anche dal suo vicepresidente JD Vance, il cui giudizio sull’Europa è noto da tempo, visto che considera gli europei degli “scrocconi”.

La visione sull’Europa dell’Amministrazione Trump è stata condivisa anche nel documento sulla Strategia di sicurezza nazionale pubblicato dalla Casa Bianca. I funzionari statunitensi, c’è scritto nel documento, “si sono abituati a pensare ai problemi europei in termini di spesa militare insufficiente e stagnazione economica. C’è del vero in questo, ma i veri problemi dell’Europa sono ancora più profondi”. Le questioni più importanti che l’Europa deve affrontare “includono le attività dell’Unione europea e di altri organismi transnazionali che minano la libertà politica e la sovranità, le politiche migratorie che stanno trasformando il continente e creando conflitti, la censura della libertà di parola e la repressione dell’opposizione politica, il crollo dei tassi di natalità e la perdita delle identità nazionali e della fiducia in se stessi. Se le tendenze attuali dovessero continuare, il continente sarà irriconoscibile entro 20 anni o meno”.

L’Amministrazione Trump, convinta com’è di poter esportare il trumpismo all’estero, è particolarmente interessata a “coltivare la resistenza alla traiettoria attuale dell’Europa all’interno delle nazioni europee”. Ma così facendo rischia di alienarsi le simpatie degli alleati storici. (Public Policy)

@davidallegranti

(foto cc White House)