Ursula non Ursula: domani a Strasburgo il giorno della verità

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di Paolo Martone

ROMA (Public Policy) – Introduzione di un salario minimo in ogni Paese Ue, neutralità climatica entro il 2050 e obbligo di soccorrere i migranti in mare, ma contemporaneamente riformare il Trattato di Dublino: in pillole, le prime proposte fatte da Ursula Von der Leyen nei giorni scorsi al termine della riunione con presidente e capigruppo del Parlamento europeo, a cui sono seguiti incontri con i partiti. Domani sarà il giorno della verità: il presidente designato della Commissione europea dovrà chiedere ed ottenere il voto favorevole dell’Europarlamento per essere ufficialmente confermato alla guida dell’Esecutivo comunitario.

Il ministro della Difesa tedesco prenderà la parola alle 9 per pronunciare il suo discorso programmatico, e poi assisterà al dibattito in aula, mentre il voto finale ci sarà alle 18. Von der Leyen dovrà ottenere almeno 374 voti, questo perchè nonostante il plenum di Strasburgo sia fissato a 751 deputati, ci sono tre parlamentari catalani non ancora “vistati” dalla Spagna, e una deputata danese che sarà proclamata solo dopo l’estate. Il voto sarà segreto e l’astensione varrà come parere contrario. Al momento, i numeri in aula sono ancora incerti, e nei giorni scorsi era in piedi l’ipotesi di un rinvio a settembre del voto, ma la Conferenza dei capigruppo ha deciso di non modificare i programmi originari. Con un parere contrario dell’aula il Consiglio sarebbe costretto a presentare un altro nome, e il quinquennio 2019-2024 inizierebbe decisamente male.

Gli eurodeputati non hanno certo gradito l’accantonamento degli spitzenkandidat messo in atto dal Consiglio, e la maggioranza “larga” che si voleva creare (aggiungendo i Verdi a Popolari, Socialisti e Liberali) sembra già svanita per lo scontento degli ecologisti, autentica sorpresa delle ultime europee. I due leader del gruppo, Ska Keller e Philippe Lambert, hanno scaricato il presidente in pectore annunciando il voto contrario. “Le dichiarazioni di Ursula von der Leyen sono state deludenti. Non abbiamo sentito proposte concrete, sia sullo stato di diritto che sul clima” ha spiegato Keller, aggiungendo che “non vediamo come sia possibile il cambiamento con questo candidato”. Netto anche il collega Lamberts, secondo cui “Von der Leyen semplicemente non è un presidente della Commissione che il gruppo dei Verdi può sostenere”.

Mal di pancia anche tra i Socialisti, assolutamente indispensabili per la maggioranza. Il gruppo è spaccato, e a non gradire la Von der Leyen ci sono anche i suoi connazionali della Spd, nonostante a Berlino si governi in “grande coalizione”. Il Pse sembra non esser ancora riuscito a digerire l’accantonamento dell’olandese Frans Timmermans, suo candidato di punta e vicepresidente uscente della Commissione, che nell’ultimo Consiglio europeo Francia e Germania avevano inizialmente proposto in un pacchetto come successore di Juncker. L’accordo, per via della contrarietà di una decina di Paesi (tra cui l’Italia e il Gruppo di Visegrad) e del Ppe – protagonista di una clamorosa rivolta contro la cancelliera – non si è trovato, ed è poi uscita fuori la Von der Leyen.

Lo scontento verso il ministro tedesco non manca neppure in casa Pd, che del Pse è uno degli azionisti di maggioranza. “Abbiamo chiesto il voto degli elettori per cambiare l’Europa, per una svolta politica, economica e sociale. Da Von der Leyen per ora segnali insufficienti e dannosi per l’Italia. Il Governo ha sbagliato. Per la crescita, il lavoro e lo sviluppo sarebbe stato meglio Timmermans” ha detto Nicola Zingaretti, segretario dem. Il presidente designato nei giorni scorsi ha avuto un faccia a faccia con il gruppo Socialista, e la nota diffusa dagli eurodeputati Pd certifica il gelo. “L’incontro è stato molto deludente. A fronte di positivi impegni su ambiente e su alcuni temi sociali – scrivono i parlamentari – sono mancate risposte chiare su questioni dirimenti come la flessibilità di bilancio, il rilancio degli investimenti, la riforma di Dublino, i salvataggi in mare e la difesa dello stato di diritto”. Possibilista invece l’ex premier Gentiloni, presidente del Pd: “Mi auguro che Von der Leyen dia risposte convincenti cosicché si possa votarla”. In ogni caso, il gruppo dei Socialisti comunicherà al sua decisione ufficiale solo lunedì, a 24 ore dal voto decisivo.

Dato per certo, salvo qualche franco tiratore, l’appoggio del Ppe, mentre nei Liberali ci sarebbe un po’ di malcontento per le risposte (considerate “vaghe”) date dalla Von der Leyen in merito alla difesa dello stato di diritto. Il gruppo – che è stato ribattezzato Renew Europe – ha chiesto garanzie alla candidata, in particolare per quanto riguarda le sanzioni per i Paesi che non rispettano le leggi europee sullo stato di diritto, e per la vicepresidenza alla loro spitzenkandidat Margrethe Vestager.

La maggioranza potrebbe essere puntellata – un po’ a sorpresa – dal voto favorevole di parte dei sovranisti e del Movimento 5 stelle. La capogruppo M5s a Strasburgo, Tiziana Beghin, ha definito “positivo” l’incontro avuto con il ministro di Angela Merkel. “Abbiamo avuto una discussione franca, anche molto gradevole. Lei ha puntualizzato alcune delle priorità del suo impegno che sono anche le nostre, come quella per il salario minimo europeo e una visione dell’Europa e dell’Italia sui flussi migratori che condividiamo” ha fatto sapere l’esponente pentastellata. Il Movimento ha precisato che la decisione definitiva sarà presa solo dopo aver ascoltato l’intervento in aula del presidente designato, ma tutto fa pensare che ci sarà il voto favorevole.

Aperture anche dal Carroccio: “Non escludo che la Lega voti a favore di Ursula Von der Leyen, le sue parole sugli accordi di Dublino ci sono piaciute molto” ha detto il ministro per gli Affari Ue, Lorenzo Fontana. Nella partita si innesta giocoforza quella per i commissari, e da parte di Lega e Movimento 5 stelle ci potrebbe essere la volontà di rafforzare la posizione italiana votando in aula la fiducia per ottenere l’agognato portafoglio “di peso”. E del resto, proprio la delegazione M5s ha sottolineato che il presidente designato “si è impegnato a rispettare l’accordo” su commissari e vicepresidenze. La richiesta-auspicio che Lega e 5 Stelle appoggino Von der Leyen è stata espressa direttamente dal premier Giuseppe Conte, che riferendosi al complesso Risiko per i top job Ue ha sottolineato: “Rivendico il mio consenso ad un pacchetto di nomine che, nelle condizioni date, ho ritenuto fosse il migliore possibile per l’Italia. Spero che gli europarlamentari delle forze di maggioranza condividano questa valutazione sull’interesse nazionale quando saranno chiamati a votare per la neo-designata presidente della Commissione, alla quale poi spetterà concordare la distribuzione dei vari portafogli”.

Lo scenario sembra proprio evolversi in tal senso, ma il do ut des fiducia-commissario desiderato è respinto dal leader della Lega. “Figuriamoci se andiamo a scambiare voti in Europa per un posto da commissario” ha detto Matteo Salvini, aggiungendo riguardo a Ursula Von der Leyen: “Ci dica cosa vuol fare su migranti, Bolkestein e altro, e valuteremo. Se qualcuno vuole cambiare l’Europa, ha il mio sostegno”. L’eurodeputato Marco Zanni (Lega), presidente del gruppo Identità e democrazia, lunedì incontrerà la candidata, e forse solo allora sarà presa una decisione definitiva. Ad oggi, si stima che il presidente designato avrebbe circa 400 voti in plenaria (come detto, ne servono almeno 374); una maggioranza non certo ampia, ma si tratta in ogni caso di previsioni.

In teoria, Ppe (182 seggi), Pse (154) e i liberali di Renew Europe (108) sarebbero sufficienti, ma il malcontento in casa socialista dovrebbe causare una quarantina di voti contrari, a cui vanno aggiunti eventuali liberali “ribelli” e pochi franchi tiratori tra i popolari. Il tutto, ovviamente, ipotizzando che alla fine la decisione ufficiale del Pse sarà di appoggiare la Von der Leyen, perchè in caso contrario la situazione cambierebbe non poco. Scontato il voto contrario di Verdi e Sinistra, ci si aspetta che almeno una parte dei Conservatori (Ecr) dia il suo assenso, e Fratelli d’Italia, che fa parte del gruppo, deciderà lunedì.

Gli eurodeputati del Gruppo di Visegrad – che in sede di Consiglio europeo ha appoggiato la Von der Leyen per non ritrovarsi Frans Timmermans (che negli ultimi anni li ha messi sulla graticola per lo stato di diritto) – sono divisi, ma il partito di Orban ha fatto sapere che voterà a favore. Ma in un quadro comunque incerto sarebbero preziosi i 42 voti di Movimento 5 stelle e Lega, con quest’ultima che sceglierebbe una strada diversa rispetto ai lepenisti. “Per la Von der Leyen certamente non ci sarà il pienone di voti, ma alla fine la spunterà” ha profetizzato Antonio Tajani. Ma i primi giorni della nuova legislatura hanno riservato alcuni dispiaceri alla Lega: già la settimana, scorsa in occasione dell’elezione dei 14 vicepresidenti di assemblea, il Carroccio non era riuscito ad ottenere nessuna poltrona (contrariamente al Movimento 5 stelle, che è riuscito a far eleggere Fabio Massimo Castaldo). La situazione si è ripetuta nei giorni scorsi per le presidenze e le vicepresidenze delle commissioni: Carroccio a bocca asciutta insieme a tutto il gruppo sovranista Identità e democrazia (che conta ben 73 deputati). “Il vergognoso e antidemocratico cordone sanitario contro la Lega di Matteo Salvini e il nostro gruppo colpisce ancora” ha commentato Mara Bizzotto (Lega).

Situazione quanto mai indicativa dei rischi che potrebbe correre un eventuale commissario europeo in quota Lega, che per essere confermato dovrebbe passare il vaglio di severissime audizioni nella commissione di competenza. E’ rimasta ancora scoperta la guida della commissione Lavoro e qualche altra vicepresidenza, e vedremo se nei prossimi giorni il trend segnerà una minima inversione. Buone notizie invece per Forza Italia e Pd, che hanno registrato l’elezione di Antonio Tajani alla presidenza della commissione Affari costituzionali, e la conferma del dem Roberto Gualtieri alla guida della commissione Affari economici. (Public Policy)

@PaoloMartone