Verso le Europee: 50 sfumature di destra

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di David Allegranti

ROMA (Public Policy) – Le elezioni europee si avvicinano e si vede. Soprattutto a destra, dove si fa più serrata la competizione fra Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Un duello che non è significativo solo per il Governo italiano e la sua maggioranza, ma anche per i futuri equilibri dell’Unione europea. Salvini e Meloni appartengono a due gruppi europei ben distinti all’Europarlamento.

La Lega fa parte di Identità e democrazia, che punta ad arrivare terzo alle elezioni di giugno, Fratelli d’Italia fa parte dei Conservatori e riformisti europei. La scorsa settimana, il gruppo Ecr si è allargato grazie all’arrivo di Nicolas Bay, che dal 2019 al 2022 è stato vicepresidente di Id, per poi passare tra i non iscritti, e che appartiene a Reconquête, il partito dell’ultra estremista Éric Zemmour. L’operazione è stata facilitata da Marion Maréchal, vicepresidente di Reconquête e nipote di Marine Le Pen (che di Zemmour è avversaria, peraltro), e sposata con l’europarlamentare di Fratelli d’Italia, Vincenzo Sofo, ex Lega. L’obiettivo dichiarato di tutti, a parole, è costruire una unica grande casa della destra europea, che tuttavia ha varie sensibilità al proprio interno.

Il Ppe, di cui fa parte Forza Italia, non vuole avere niente a che fare con AfD, partito di estrema destra in Germania, e con Viktor Orbán, che di recente ha detto che dopo le elezioni di giugno si vorrebbe unire, tramite il suo partito, Fidesz, al gruppo di Ecr, grazie anche ai buoni uffici di Meloni. Forse è anche qui, come spiegava il podcast di Public Policy Primo Firmatario, che va cercata la ragione dell’impegno solo burocratico del Governo italiano sul caso Salis. I due Paesi in lotta contro il cosiddetto politicamente corretto non vogliono pestarsi i piedi a vicenda, e in questo caso l’Italia non vuole far sembrare di essere in cerca di presunte forzature. Soprattutto Meloni, che deve anche guardarsi dalla aggressiva campagna elettorale del suo vicepresidente del Consiglio, Salvini. Che, dove può, cavalca una protesta potenzialmente dannosa per la salute dello stesso Esecutivo.

Prendiamo la protesta dei trattori. Il capo della Lega si è subito schierato con gli agricoltori. “Stiamo aspettando che il Governo proponga un emendamento sul decreto Milleproroghe, sappiamo che lo farà ma non ne conosciamo il contenuto”, ha detto il capogruppo della Lega alla Camera Riccardo Molinari: “Ci dovrebbe essere l’abolizione dell’Irpef agricola sotto i 10mila euro e questo è un passo avanti, ma è ancora insufficiente, noi riteniamo che si possa fare di più perché si rischia di escludere, casomai per poche migliaia di euro, quelli che di mestiere fanno gli agricoltori”. Sul tema, Salvini da Bruxelles si è scagliato pochi giorni fa proprio contro Ursula von der Leyen, considerata l’emblema dell’inciucio fra popolari e socialisti che il gruppo di Id vuole scongiurare dopo le elezioni di giugno: “Gli agricoltori che sono in piazza in tutta Europa hanno problemi con l’attuale Commissione europea, la Commissione von der Leyen da questo punto di vista è disastrosa”, ha detto Salvini, riferendosi in particolare al “fronte del lavoro e dei diritti” e per essersi spesa a favore di “politiche folli pseudo-green”.

È difficile che tutte le 50 sfumature di destra possano amabilmente riunirsi per individuare il prossimo presidente della Commissione europea. E che succederà, poi, se Meloni dovesse proseguire la sua campagna acquisti per scippare alla Lega gli alleati. Come Marine Le Pen. La nipote ha detto di voler essere il tramite con la zia, con cui c’è stata una vistosa rottura, per convincerla a unirsi a Ecr, dove troverebbe anche Zemmour. Le elezioni presidenziali francesi del 2022 li hanno fatti litigare di brutto; l’intellettuale estremista francese considera Le Pen una politica che non fa sul serio l’interesse della Francia, e che si è progressivamente moderata solo per poter raggiungere la vittoria alle presidenziali. Zemmour rivendica invece una piattaforma isolazionista che dovrebbe rendere la vita complicata a musulmani e stranieri. Non è l’unico, beninteso. È parte del programma politico dei partiti che fanno parte di Identità e democrazia. Lo storico e politologo Giovanni Orsina è convinto che la svolta a destra ci sarà, ma non sarà una rivoluzione in senso autoritario. Ma sarà senz’altro una sfida alla democrazia liberale. (Public Policy)

@davidallegranti

(foto cc Palazzo Chigi)