Berlusconi è divisivo per il Paese. E non solo a sinistra

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di David Allegranti

ROMA (Public Policy) – Berlusconi presidente della Repubblica. Il primo a crederci è l’ex Cavaliere, il primo a temerlo è Enrico Letta. Il segretario del Pd sabato prossimo all’assemblea con i parlamentari per decidere il da farsi sul Quirinale dirà che questo è il rischio da scongiurare. Berlusconi è d’altronde un elemento divisivo per il Paese, non solo a sinistra. Nonostante tutto, resta pur sempre il ‘Caimano’, uno che negli ultimi tempi si è diviso fra il letto dei ricoveri al San Raffaele e il processo Ruby Ter. Troppo anziano, a 85 anni, per fare il capo dello Stato o troppo invischiato in vicende giudiziarie politicamente compromettenti (90 processi, 3.800 udienze, 130 avvocati pagati e 50 consulenti) per rappresentare l’unità nazionale? Forse entrambe le cose, fatto sta che la possibilità che Berlusconi riesca a diventare presidente della Repubblica agita vari poteri dello Stato, come la magistratura, visto che l’ex Cav diventerebbe capo del Csm.

Nel 2011, a stoppare Berlusconi e a promuovere Mario Monti al suo posto ci fu insieme di concause. Si mosse anche un discreto “salottino” finanziario, come testimoniò nell’estate del 2011 l’incontro al Ca’ de Sass, storico palazzo della finanza milanese, con Prodi, al quale parteciparono personaggi come Giovanni Bazoli, Carlo De Benedetti, Corrado Passera Angelo Caloia e lo stesso Monti, che poi sarebbe diventato presidente del Consiglio qualche mese successivo, a novembre. C’è anche chi tuttavia pensa, fra gli storici sostenitori dell’ex Cavaliere, che non ci sia bisogno di scavare troppo in fondo per capire chi sono gli avversari di Berlusconi: “La logica e il buonsenso”, dice a Public Policy un ex parlamentare di centrodestra.

Insomma, forse la situazione è diversa rispetto ai decenni scorsi: il Berlusconi ottantacinquenne di oggi potrebbe non farcela in realtà perché il centrodestra stesso ha legittime preoccupazioni. Non soltanto fra Salvini e Meloni, ma anche dentro Forza Italia. Il rischio forse alla fine è quello di sprecare un’occasione. La divisività berlusconiana potrebbe dunque essere barattata con la scelta di un nome meno attaccabile dai franchi tiratori. Gianni Letta? Marcello Pera? Letizia Moratti? Se fosse così Berlusconi subirebbe un’onta pubblica difficilmente sanabile. Anche perché significherebbe aver perso la presa sugli alleati di centrodestra e chi gli vuole bene, come Gianni Letta, vorrebbe risparmiargli una così atroce delusione. Berlusconi però ci crede così tanto da aver passato le ultime settimane a telefonare ai parlamentari, anche del Pd, per tentare la carta del consenso personale, evidentemente rassicurando sul futuro del Governo e della durata della legislatura.

Difficile però che si possa verificare al buio lo scontro Berlusconi-Draghi, non fosse altro perché l’attuale presidente del Consiglio non intende sottoporsi al duello. Per Draghi, l’unica possibilità è che ci sia un accordo preventivo e che riesca a essere eletto senza mettere a repentaglio la propria candidatura e dunque il Governo. Un Draghi che perdesse le elezioni di presidente della Repubblica rischierebbe di compromettere anche l’Esecutivo che guida. Ma un Berlusconi che si candidasse e perdesse metterebbe fine alla grande egemonia culturale sul centrodestra. Salvini e Meloni, probabilmente, avrebbero di che guadagnarci e per questo potrebbero non votarlo. D’altronde, che cosa se ne farebbero? Il futuro è loro, non di Berlusconi. (Public Policy) 

@davidallegranti

(foto cc Flickr EPP)