Covid-19 e la malattia dell’irresponsabilità dello Stato

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di Leopoldo Papi

ROMA (Public Policy) – A 40 giorni dalla prima rilevazione del Coronavirus a Codogno, vi sono abbastanza elementi per alcune considerazioni sulla gestione politica di questa crisi, sui suoi presupposti e implicazioni, almeno per quanto riguarda l’Italia. A partire da una premessa: appare ormai evidente che l’epidemia da Covid-2019, data la scala globale della sua diffusione, non passerà nel breve termine, e neanche nel medio (qualche mese, un anno o forse due), fino alla messa a punto di farmaci antivirali efficaci e di un vaccino, e alla loro produzione e distribuzione in tutto il mondo. La controffensiva medica e farmacologica richiederà quindi ancora molto tempo.

Fino ad allora occorrerà dunque convivere con questo nuovo pericoloso “oggetto animato” (definizione molto efficace della scienziata e senatrice a vita Elena Cattaneo) microscopico, di 160 nanometri (un milionesimo di millimetro) di grandezza. La domanda che in questi giorni molti si pongono, “quando si potrà concludere il lockdwn e riaprire?” è dunque mal posta. Non si potrà “riaprire” come prima. Non si potrà più tornare, almeno fino a quando non saremo tutti vaccinati, alla normalità di 50 giorni fa.

Quel mondo è repentinamente scomparso nei primi mesi del 2020, e verosimilmente non tornerà più esattamente com’era. Anche quando la ricerca scientifica e farmacologica avrà messo a disposizione difese mediche adeguate, il Coronavirus avrà, con ogni probabilità, modificato in via irreversibile abitudini e comportamenti individuali, nella vita privata e nei processi produttivi, e cambiato in modo (per ora imprevedibile) equilibri economici e politici globali.

Occorrerà, in sostanza, trovare una nuova normalità, accettando la presenza di questa nuova minaccia nelle nostre vite. La domanda significativa da porsi, dunque, non è “quando l’emergenza finirà?” ma “come potremmo riaprire, e riuscire a convivere con il Covid-2019, proteggendo le persone più a rischio, e riducendo al minimo possibile la sua mortalità?”. Dal momento in cui l’epidemia coinvolge le comunità nel loro complesso le risposte a questo interrogativo chiamano in causa necessariamente le politiche pubbliche, le scelte e le strategie messe in campo dallo Stato e da coloro che lo guidano.

In cosa dovrebbero consistere queste strategie è materia per esperti e specialisti: epidemiologi, economisti, analisti statistici, manager gestionali. Appare evidente, e ormai condiviso nel dibattito pubblico, che il loro presupposto è un monitoraggio epidemiologico il più possibile “ad alta risoluzione”, avanzato (testando ad esempio anche gli anticorpi) e in tempo reale sul territorio e nella popolazione, e nelle sue fasce più vulnerabili. Indicazioni in questa direzione sono ad esempio quelle proposte in uno studio a cura dell’ex presidente dell’Istat, Giorgio Alleva. La parola agli esperti. Ma senza un sistema di rilevamento affidabile dell’epidemia, appare chiaro che qualsiasi policy sarebbe “cieca”. Lo dimostra la situazione attuale: in assenza di dati significativi – quelli comunicati alle 18 in diretta Tv dalle autorità sono arbitrari, come ammesso da loro stesse – l’unica policy possibile è una rigidissima quarantena indiscriminata, di tipo medievale. Oltre al rilevamento, vi sarebbero le “politiche attive” di contrasto all’epidemia, studiando i modelli adottati da altri Paesi. Il presidente dell’Accademia nazionale dei Lincei, Giorgio Parisi, ha portato l’esempio delle misure adottate in Cina per la riapertura.

Molto potrebbe essere fatto, sia in termini di regole comportamentali per gli individui e per le imprese, sia in termini di investimenti e piani pubblici inerenti la prevenzione e la sorveglianza attiva (si segnalano in merito le considerazioni e proposte del virologo Crisenti) l’acquisto o la produzione di dispositivi di protezione individuale (le mascherine), la prevenzione, la riforma del sistema sanitario e ospedaliero. Dal punto di vista dei criteri economici, una ipotesi concreta di “piano d’azione” per riprendere le attività produttive adottando standard razionali di sicurezza è stata illustrata dall’economista Michele Boldrin.

Ma il problema è che tali strategie non sembrano al momento esistere. Il tema del “come riaprire” appare eluso dagli esponenti delle istituzioni e delle autorità sanitarie, come il presidente del Consiglio superiore di Sanità Franco Locatelli, o dal consulente del ministero per la Salute, Walter Ricciardi, che sembrano per ora indicare, come unico criterio per l’allentamento del lockdown un generico “calo dei contagi”. Da parte dei vertici politici del Governo, a partire dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte e dai ministri non vi è alcuna indicazione in merito.

Si tratta di posizioni sorprendenti, che rivelano due possibili situazioni. O i decisori pubblici italiani e i loro esperti e istituzioni scientifiche ritengono davvero che l’epidemia di Covid-19, a differenza di quanto sostenuto sopra, sia effettivamente un problema che può essere risolto in qualche settimana di “lockdown”, e quindi non occorra elaborare alcun piano di “convivenza” con la malattia; oppure sanno bene che tale convivenza sarà inevitabile, ma non intendono assumersi le responsabilità connesse all’elaborazione e all’attuazione di una strategia che la renda possibile.

Entrambe queste eventualità rappresentano, per la comunità, notizie gravi. Nel primo caso, si dovrebbe prendere atto che le persone in “plancia comandi” al di là di fermare il Paese, con l’arresto delle attività produttive e il confino dei cittadini al loro domicilio privato, non hanno idea su come procedere. La seconda possibilità solleva invece il tema della “patologia” storica e strutturale data dall’assenza di accountability dei decisori pubblici e politici italiani.

Il concetto di accountability, o di assunzione di responsabilità personale rispetto alle decisioni, fornisce un criterio utile per interpretare gli avvenimenti di queste ultime settimane. In un tempo molto breve, inseguendo le drammatiche notizie sul collasso degli ospedali nelle zone più colpite dall’epidemia, il Governo italiano ha progressivamente imposto il confinamento domiciliare a tutti i cittadini, l’arresto di gran parte del sistema produttivo nazionale. È utile chiarire un malinteso. Tali misure, peraltro senza dubbio necessarie per rallentare la prima ondata dell’epidemia e mitigarne la pressione sul sistema sanitario, possono apparire, data la loro concretezza, come un esempio di “decisionismo radicale”. Ma in assenza di piani chiari di tracciamento e contrasto attivo dell’epidemia, rappresentano il contrario: sono la prova dell’impotenza e dell’immobilità dello Stato, e forniscono al contempo ai decisori pubblici un utile strumento per affrancarsi da ogni responsabilità, sostenendo di “aver fatto tutto il possibile”.

Esse consentono infatti a chi guida il Paese di scaricare interamente sui cittadini e sul sistema produttivo – oltre che sul personale medico e sanitario “al fronte” – sul loro spirito di sacrificio e senso di responsabilità spontaneo, la gestione dell’epidemia. Lo Stato, in questa crisi, ha finora solo ritagliato per sé il comodo ruolo di “poliziotto” che cerca, denuncia e punisce i cittadini “che sbagliano”, invertendo l’onere della prova sulle decisioni: se l’epidemia non viene contenuta è per colpa di qualche trasgressore “irresponsabile”, non conseguenza dell’incapacità e dell’incompetenza gestionale e organizzativa delle istituzioni e di chi le guida, a livello politico e amministrativo.

I costi, economici e sociali, oltre che sanitari di questa Caporetto politica e istituzionale saranno presumibilmente altissimi, e probabilmente non necessari. Le persone, le imprese e tutta la comunità hanno bisogno urgente di indicazioni da parte dello Stato, sulla strategia che verrà adottata per convivere con Covid-19. Tali indicazioni funzionerebbero meglio di qualsiasi improbabile “data di riapertura” – con allegata “autoassoluzione” del Governo se non verrà rispettata – nel rassicurare i cittadini, in questo durissimo momento, che “sarà fatto tutto ciò che è necessario” per uscire dalla crisi. (Public Policy)

@leopoldopapi