Twist d’Aula – La solidarietà nazionale dura un attimo. Mattarella non basta

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(foto DANIELA SALA/Public Policy)

di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – Alla fine è arrivato. Dopo l’ennesimo pasticcio di una settimana fa, con un altro decreto annunciato ma non pubblicato, Mattarella è intervenuto in modo tanto incisivo quanto silenzioso. Con obiettivo multiplo: ristabilire procedure e strumenti corretti per norme e decreti, quando anche fossero di assoluta urgenza; riequilibrare il rapporto tra Stato e Regioni; riaprire il dialogo tra maggioranza e opposizione; ristabilire la dialettica Governo-Parlamento. D’altra parte, su ciascuno di questi quattro aspetti si rischiava (e si rischia tuttora) uno scivolamento fuori dal seminato. Tanto più che questa emergenza, oltre a essere orribile e devastante, è anche sconosciuta e piena di incognite. È facile pertanto oltrepassare confini da cui non si torna più indietro. La spinta quirinalizia ha avuto qualche effetto, che però rischia di essere solo temporaneo.

L’ultimo decreto approvato in settimana, per esempio, cerca di recuperare lo strumento legislativo più idoneo per l’introduzione di misure restrittive delle libertà personali: una legge, da convertire in Parlamento entro sessanta giorni, e non un atto amministrativo di rango secondario (come dpcm, circolari o dm). Perché anche in un’emergenza come questo non si possono buttare alle ortiche principi e procedure costituzionali. E forse si era andati un po’ troppo oltre. Così, quest’ultimo sarà unito agli altri quattro decreti legge precedenti, così da consentire a un Parlamento a scartamento ridotto di lavorare su un testo soltanto. Tuttavia – spiegano nei piani alti del Parlamento – se non ce la si dovesse fare, si potrebbero anche reiterare i decreti, in quella modalità “Minotauro” cassata dalla Consulta anni fa, ma che nella situazione attuale potrebbe essere riesumata, seppur temporaneamente e come ultima arma a disposizione.

Senza dimenticare che, su espressa indicazione dei tecnici legislativi del Colle, nell’ultimo decreto legge è stata inserita una disposizione per tentare di regolare il dialogo tra Stato e Regioni in merito a nuove, possibili, misure restrittive. Tuttavia la tregua tra centro e periferia non è durata molto. L’invocata “solidarietà nazionale”, infatti, si è infranta sulle differenti esigenze territoriali, su 21 sistemi sanitari diversi, su una disomogenea diffusione del virus, come anche sulle battaglie politiche che ciascun amministratore locale sta combattendo per conto proprio. Si passa dai governatori leghisti del Nord, impegnati a riprendersi “per via settentrionale” il controllo di un partito secondo loro snaturato da Salvini in qualcosa di troppo romanocentrico, per giungere al Sud, dove c’è qualche politico legittimamente preoccupato e qualche altro che dà un po’ troppo spettacolo (e meno male che al Viminale ci sono Lamorgese e Piantedosi che intervengono quando devono).

Tuttavia, oltre ai problemi istituzionali, ce ne sono due politici. Il primo è quello tra maggioranza e opposizione. Dopo le buone intenzioni annunciate a inizio settimana, si è tornati alla tattica. A destra si invoca un governissimo guidato da Mario Draghi (ma siamo davvero sicuri che sia disposto ad andare a Palazzo Chigi? E che, invece, non sia più idoneo nel ruolo di colui che può tenere unita l’Europa?). Conte cerca di evitare il pericolo aprendo a una cabina di regia bipartisan e alzando la voce a Bruxelles (“faremo da soli”). Tuttavia, proprio ieri la Bce ha cancellato il limite del 33% per gli acquisti su emissione dei titoli di debito e lo spread è calato. Ed è evidente che se siamo ancora sotto la soglia del pericolo è proprio grazie agli interventi di Francoforte.

Inoltre, e qui veniamo al secondo problema, c’è il ’Cura Italia’ da convertire. Possibilmente insieme con le opposizioni e dialogando grazie al ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Inca. E in Camere che hanno evidenti problemi a svolgere il loro lavoro, riunite dopo 15 giorni di latitanza. Il Parlamento è sovrano e non può scomparire né “chiudere”. E poiché le modalità di voto a distanza sono suggestive, ma poco praticabili se si tratta di presentare emendamenti, ordini del giorno e dichiarazioni (lo vedremo in una prossima puntata), è evidente che il lavoro può andare avanti solo c’è un accordo tra tutti i gruppi. Almeno prima di arrivare in aula. È sembrato esserci, ma solo per qualche ora. E adesso sembra già una chimera. Il problema è che la strada per uscire dall’emergenza è lunga, buia e piena di pericoli. Ad andare ognuno per conto suo non c’è via di uscita. (Public Policy)

@m_pitta